I Racconti in corso
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Troverete i vari brani e i rispettivi commenti
direttamente sul nuovo sito
- 4 Passi in un Racconto -
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Gentili Autori
sperando di fare a tutti cosa gradita, nel nuovo sito 4 Passi in un racconto, alla voce E-book e Recensioni, abbiamo pubblicato l'E-book "Intermezzo d'Autunno".
Ci hanno onorati della Loro attenzione e sentitamente ringraziamo, la poetessa Tinti Baldini e il critico Alberto Bonacina, che ci hanno donato rispettivamente, una prefazione e una recensione.
Vi ringrazio tutti per la bellissima prova e per le emozioni ricevute;
un grazie speciale va a Roberta per aver coordinato -egregiamente- tutto il lavoro.
A breve inizieremo un nuovo percorso magico, quindi "In bocca al lupo" a tutti Voi e a rileggervi presto.
Magic
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“Mi fa male vedere una donna piangere”. Queste parole fluttuavano insistenti nella mente di Livia e sentiva il loro assalto prepotente alle pareti del cuore. “Mi ha sorpresa in un momento di grande emozione e fragilità; credevo di essere sola,” - si disse, - asciugando le ultime lacrime con il fazzoletto appena ricevuto in dono e cercando di domare i capelli che un vento dispettoso si divertiva a scompigliarle. Tornò a leggere il bigliettino: Rolando Bianchi Via G. Pascoli, 33 Savignano. Sì, abitava proprio nel suo paese. Era una via di periferia dove, negli ultimi vent’anni, avevano costruito delle graziose villette a schiera. Indugiò ancora un attimo con lo sguardo sulla fotografia di Gianni e lasciò quel luogo di pace, dolore e silenzio incamminandosi sulla via del ritorno. “Povero cuore mio, sii forte - ripeteva fra sé - nonna! Devo abituarmi all’idea gradatamente.” Poi, con una leggera strizza al cuore, pensò alla sua “bimba” più grande, Flora. La più ribelle, testarda, ma della quale Livia conosceva bene la sofferenza per la lontananza del padre e per questo non era mai stata capace di essere troppo severa con lei. Flora le aveva dato parecchio filo da torcere anche con la scuola. Non sopportava la matematica, ma fortunatamente riusciva bene nelle materie letterarie ed alla fine era riuscita a laurearsi in Lettere e Filosofia. Ma ciò che procurava dispiacere a Livia era il fatto che Flora abitasse in una città così distante da lei. Conviveva da qualche anno con un pittore che aveva conosciuto durante una vacanza al mare con le sue amiche. Ogni tanto la sentiva al telefono e le sembrava serena. Almeno questo la tranquillizzava. Era riuscita a trovare lavoro come insegnante di italiano e questo le permetteva l’indipendenza economica. “Seguiranno il loro destino - si diceva Livia - io le ho cresciute ed accudite con tutto l’amore di cui sono stata capace, adesso posso solo sperare che anche la fortuna dia il suo contributo.” Mentre era assorta nelle sue riflessioni, adocchiò una panchina all’altro lato della strada e si accinse impulsivamente ad attraversare per raggiungerla, ma uno stridio di freni la impietrì dopo pochi passi mentre da una Panda rossa un giovane uomo l’apostrofava: “Ehi, bambola, impara ad attraversare la strada!” Livia raggiunse di corsa la panchina dove si accasciò tutta tremante. La Panda ripartì sgommando e Livia cercò di riaversi dallo spavento per riprendere il filo dei suoi pensieri. Estrasse lo specchietto dalla borsetta ed osservò i suoi capelli ramati di fresco che le davano un’aria sicuramente più giovanile. Le sottili rughe, che disegnavano sul suo bel viso il trascorrere degli anni, si potevano notare solo a distanza ravvicinata. Si scoprì a convincersi, con una punta di civetteria insospettata, che era una donna dall’aspetto ancora gradevole con il suo fisico alto e slanciato e le sue labbra si atteggiarono a un leggero sorriso pensando a quel “bambola!” Poi il pensiero ritornò a Rolando. Cercò di ricordare il suo volto. Quegli occhi. Un lago blu pervinca sulla cui superficie si poteva scorgere il baluginio di profondi tesori nascosti. “Il dolore dell’anima può essere sconfitto solo attingendo ai tesori del cuore” - si ritrovò a meditare Livia. - “Quell’uomo ha saputo trasformare l’arido deserto della sofferenza in un giardino di fiori. Desidero tanto che Alain guarisca. La medicina fa passi da gigante, per fortuna, e sono certa che Simone lo seguirà con la sua proverbiale premura e professionalità. Alain non sarà mai abbandonato da noi. Io rimarrò qui. E poi credo proprio che offrirò il mio aiuto a Rolando nella sua Associazione che necessita di insegnanti volontari. Le mie figlie ora sono donne e non mi abbandoneranno, ne sono sicura. Metterò loro a disposizione l’appartamento in città. Chissà che un giorno o l’altro Flora non ottenga un trasferimento e possa venire ad abitare qui vicino con il suo compagno. Io mi trasferirò definitivamente nella mia amata casa in questo paese e aspetterò con trepidazione le loro visite; preparerò i dolcetti per i miei nipotini e….. per i ragazzi di Rolando, certo.” Sorrise a questi pensieri che le davano una piacevole eccitazione. Una ventata leggera la fece rabbrividire. Si strinse nella sua giacca di lana e si guardò intorno. I colori dell’autunno erano una festa per gli occhi. Il sole sembrava divertirsi con i suoi barbagli dorati fra gli alberi. La pianta rampicante copriva il muretto ai bordi del viale come un manto soffice e vermiglio. “Che meraviglia - riflettè Livia - le stagioni si alternano con la loro bellezza e ci accompagnano fedeli e discrete nel nostro cammino in simbiosi con le nostre gioie e dolori. Perché noi siamo come loro: soffriamo per il freddo dell’inverno, ma sentiamo anche il delicato bussare della primavera ed è allora che ci accorgiamo del germogliare nella nostra anima di qualcosa che credevamo sopito per sempre mentre una musica nuova sopraggiunge da recondite atmosfere ammaliando i nostri cuori e donando loro nuove ali. Sì, credo sia giunto anche il momento di riprendere a scrivere. Scrivere, la mia antica passione forzatamente messa a tacere da tanto, troppo, tempo. Ora credo proprio di aver immagazzinato un sacco di materiale da raccontare. Ma dovrò anche stare più attenta ad attraversare le strade!“ Alzò gli occhi al cielo. Era limpido e turchese da togliere il fiato. Se ne lasciò inebriare assaporando un’inaspettata sensazione di pace. “Grazie” - sussurrò. Quindi si alzò lentamente e si avviò verso casa.
Giovanna Giordani
In piena notte un tuono secco e improvviso lacerò l’aria. Livia scattò a sedere sul letto sbattendo le palpebre, il cuore in tumulto. A tastoni cercò l’interruttore a fianco del letto. Nulla da fare. Avevano tolto la corrente. Dalla tapparella non abbassata completamente, il balenare dei lampi illuminava la stanza a intermittenza. Livia si guardò attorno stupita. Perché la camera appariva in perfetto ordine? E le valige? Doveva partire per l’Africa. Si sporse dal letto, si stropicciò gli occhi, aguzzò la vista. Di esse nessuna traccia, anzi, non c’era nulla che potesse far pensare a una partenza immediata. L’immagine di una giovane donna dall’ovale perfetto e dalla linea invidiabile, tornò repentina, era Margareth. Come dimenticarla? Era stata una folata di vento assolata e pungente. Benché non avesse incrinato la sua vita di coppia, aveva comunque lasciato un segno nella sua anima. Aveva lottato e sofferto in silenzio una sottile e insidiosa gelosia, da quando Gianni le aveva confidato che Margareth, sua assistente, si era perdutamente innamorata di lui. Suo marito l’aveva più volte rassicurata, giurando che la considerava solo una collega, eppure quel tarlo aveva attecchito. Livia andò a ritroso nel tempo scavando nella memoria, ripercorrendo le azioni fatte nei giorni precedenti. L’ospedale, Alain, il caffè al bar, ma di Margareth nemmeno l’ombra. Solo in quel momento si rese conto di aver sognato. Sospirò. Un sogno così vivido, fresco e reale da sembrare vero. Il passato e il presente si alternavano per rincorrersi come la vita e la morte, l’alba e il tramonto. Dolori, sogni e speranze si avvicendavano in una girandola di intense emozioni. Livia si passò una mano sulla fronte. Era madida di sudore. Probabilmente la tensione e la paura per la sorte di Alain, la frustrazione di sentirsi impotente, il desiderio di essere utile e allo stesso tempo di ascoltare i suoi bisogni di donna, avevano riportato alla luce antiche tribolazioni. Si allungò adagio nel letto. Appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Di colpo si sentì spossata. Da un po’ di anni la vita la stava provando duramente. I tuoni avevano diminuito la loro rabbiosa intensità e si stavano spostando rapidamente verso ovest. Nell’eco ovattato di un brontolio sommesso, uno scalpiccio nella camera accanto le fece riaprire gli occhi. “- Mamma -“ un fascio di luce esplose nel corridoio e inondò la sua camera. Alba entrò con foga a piedi scalzi porgendole il portatile. Livia sbiancò. Alain. Forse era successo l’irreparabile. Si alzò a sedere con il cuore in gola -“tranquilla è Gaia”- la rassicurò sua figlia balzando sul lettone. “Cosa… - farfugliò allarmata. Doveva essere successo qualcosa di grave per chiamare a quell’ora - pronto” ansimò. “Ciao mamma. Alba mi ha telefonato. Dice che da voi c’è stato un temporale pazzesco. Sapendoti sveglia ha voluto che ti dicessi…le ho detto che non era il momento, ma ha insistito…” “Cosa è successo?” Gridò Livia fuori di sé. Tutti quei rigiri di parole non portavano a nulla di buono, anche se la voce di Gaia sembrava esuberante. Strano. Stava per replicare quando fu anticipata. “Diventerai nonna! - esplose gorgogliando una risata - Nonna!” “Oh! Gemette. - Il fiato corto, il cuore impazzito - sto ancora sognando” “Non stai sognando è vero,” le confermò. “Ho bisogno di bere” mormorò portandosi una mano alla gola. “Ecco - Alba le porse la bottiglia d’acqua che era sul comodino - io lo so da tre mesi” si pavoneggiò. Livia tossì. L’acqua le era andata di traverso. “Co…come…- riuscì a dire con voce strozzata - tre mesi? Hai aspettato tutto questo tempo per dirmelo… e me lo dici a quest’ora della notte? Gaia, vuoi farmi venire un infarto?” “L’avevo detto che dovevamo aspettare, ma lei è corsa da te…” si scusò. “Mamma le belle notizie non tolgono la vita la allungano - sostenne Alba. Livia la guardò seria - si lo so, faremo i conti dopo” l’anticipò riprendendo la bottiglia. “Gaia stai bene?” chiese Livia con apprensione. “Benissimo. Sono fuori pericolo. Dopo l’esperienza negativa della volta scorsa ora è tutto a posto. Le analisi sono ottime. Scusa se non te l’ho detto prima, non volevo farti stare in pensiero. Oh! Mamma sono così contenta!” “Amore mio, è una cosa meravigliosa” Livia rideva e piangeva allo stesso tempo mentre Alba avvicinatasi con cautela le cinse le spalle in un tenero abbraccio. “Verremo a trovarti appena i medici mi diranno che posso affrontare il viaggio” “Tesoro anche se non vedo l’ora di vederti, sii cauta.” “Stai tranquilla. Mamma, ti voglio bene. Sei stata e sei per tutte noi un punto fermo. Grazie di esistere e di essere quella che sei. - Gaia si schiarì la voce tremula prossima al pianto - Accidenti la gravidanza mi fa uno strano effetto” concluse raschiandosi la gola. Il silenzio calò tra loro. Livia era ammutolita. “Non montarti la testa - l’ammonì bonariamente Gaia riprendendo il tono aggressivo di sempre - a proposito di testa, voglio che tu vada dalla parrucchiera e che ti tolga quel grigiore dai capelli. Tuo nipote, perché sento che sarà un maschio, vuole una nonna giovanile e allegra. Pensa un poco anche a te stessa! Ti ci vorrebbe un uomo…” “Gaia!”La riprese scostando Alba che le stava appiccicata alla cornetta come una cozza allo scoglio, tentando di origliare. “So che Simone ti adora, ma non te lo consiglio sarebbe solo ripercorrere una strada già vissuta” continuò Gaia imperterrita. Livia sbuffò. “Non ho mai pensato e non penso a…” “Hai ragione Gaia!” tuonò Alba ad alta voce sovrapponendosi. “Ciao…m… ” la comunicazione frusciante e disturbata si interruppe. “Pronto… pronto.” “Sarò zia - squittì Alba alzando le braccia al cielo facendo una piroetta - e tu nonna. Finalmente! Dovrai farti bella e comperare qualcosa di nuovo. Domani ti trucco…” “Non pensarci nemmeno. L’ultima volta che lo hai fatto sembravo un clown.” Alba scoppiò in una fresca risata. “Avevo solo dieci anni allora ed erano i trucchi per le bambole. Questa volta concordo con Gaia è ora che tu vada dalla parrucchiera per il colore e… ” “Non voglio sentire una parola di più. Torna a letto” le ordinò afferrando una ciabatta. “Ti ho già preso l’appuntamento. Nonna” le disse svoltando l’angolo in tutta fretta, ridendo di gusto. Si erano messe d’accordo. Beata la loro esuberanza e incoscienza. Pensò Livia con un sorriso lasciando cadere la pantofola sul tappeto azzurro. Nonna. Una nuova vita pulsava nel corpo di Gaia. Sua figlia sarebbe diventata madre. Non le sembrava vero. Un’altra volta era stata sul punto di diventarlo, ma il sogno si era interrotto troppo presto. Questa volta sarebbe stato diverso. Lacrime di gioia scesero copiose a rigarle il viso, mentre una gioia incontenibile quasi dolorosa, si dilatava dentro il cuore. Prese la corona del rosario sotto il cuscino e la strinse con forza ringraziando il cielo. Era la prima volta che Gaia le esprimeva il suo amore e le riconosceva i sacrifici e le rinunce fatte.
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Le prime foglie iniziavano a cadere dai rami più alti dei pioppi volteggiando adagio alla brezza mattutina. Livia osservò oltre i vetri della finestra della cucina, il lento oscillare di una foglia nel luccichio del primo sole. Autunno. Una stagione magica. Come passava in fretta il tempo! Il tocco del pendolo che batteva le nove la riscosse. Era in ritardo. Bevve in fretta il suo caffé e prese la borsa. Doveva recarsi in ospedale per avere notizie di Alain. Erano cinque giorni che quel ragazzo lottava contro la morte. I medici si stupivano della sua tenacia. Il cuore le divenne pesante al senso di impotenza che l’assalì. Emise un sospiro. Se almeno ci fosse stato Simone, ma era un pensiero inutile. Aprì la porta con foga e si trovò davanti un muro. “Scusi devo aver sbagliato… anche se…” l’uomo che l’aveva sostenuta per un gomito vedendola vacillare, la lasciò e indietreggiò di un passo. La sua voce dall’accento particolare era inconfondibile. “Simone - esclamò sorpresa - sei arrivato!” Gioì. “Livia. Accidenti non ti avevo riconosciuta. Fatti guardare. Sei… bellissima.” “Adulatore. Ho solo rinfrescato il taglio e fatto il colore ai capelli. Gaia e Alba mi hanno obblig... ” “Ottimo risultato” si complimentò fissandola ammirato. Sembrava più giovane dei suoi sessanta anni. Un caldo colore ramato le incorniciava il viso e un velo di rossetto le illuminava gli occhi scuri. “Diventerò nonna! Gaia è di tre mesi e stavolta sembra che tutto vada bene” disse entusiasta. “Ti arrabbi se ti dico che lo sapevo? - Livia corrugò le sopracciglia fingendosi offesa - le ho consigliato di non dirti niente fino a quando non aveva superato il momento critico. L’altra volta, hai sofferto troppo.” “Ma io sono sua madre e…” “Lei è lontana e non avresti potuto fare nulla. Complimenti nonna. - dopo un abbraccio solidale, il sorriso si attenuò - Dimmi di Alain.” “Sto andando all’ospedale. E’ in fin di vita” un’ombra le offuscò lo sguardo. “Andiamoci assieme. Mi spiace di non essere potuto venire prima da te, il convegno è finito solo ieri sera. Ho un farmaco, che in certi casi ha dato buoni risultati. I pazienti non sono guariti totalmente, ma il virus si è addormentato. Non posso prometterti niente, ma vale la pena di tentare.” Livia lo guardò sorpresa mentre un lumicino di speranza si accendeva nel cuore. “Facciamo presto” lo esortò prendendolo sottobraccio.
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L’aria si era fatta più mite dopo gli ultimi acquazzoni. Livia camminava assorta lungo il vialetto del cimitero, tenendo un mazzo di fiori in mano. Quante cose erano successe in così breve tempo! Giunta davanti alla tomba si chinò, una lieve carezza sulla fotografia, un bacio sulla punta delle dita. Tolse i fiori secchi, pulì il vaso, cambiò l’acqua e sistemò con cura i fiori freschi. “Quante notizie ho da darti. Tu le sai già, ma ho bisogno di dirtele ugualmente. Che emozione diventare nonna! Questa volta Gaia ce la farà a esaudire il suo sogno. Diventerà mamma. L’avresti detto? La più estrosa delle nostre tre figlie ha rivelato un senso materno insolito. Quella notte. Se ci penso. Non mi è preso un colpo solo perché non era giunta la mia ora. Sai, sono rimasta senza parole quando Gaia mi ha detto che sono stata il suo punto fermo. Per la prima volta ha riconosciuto i tanti sacrifici che ho fatto. So che ce l’ha con te, ma un giorno comprenderà le tue scelte. Alba è partita, ha un esame da sostenere all’università e non poteva più restare. Glielo hanno anticipato, purtroppo - si fermò, mentre un nodo le saliva in gola - mi manca tanto. La casa sembra vuota.” Si alzò lentamente, le spalle ricurve. Il distacco era sempre doloroso. Doveva farsi coraggio. Era la vita. “Ancora una bella notizia - riprese a bassa voce - Alain è uscito dalla terapia intensiva. Che gioia è stata. Tutto merito di Simone e di chi come lui lavora per la ricerca. L’ultimo farmaco sta dando risultati positivi. Lo so che il traguardo è lontano, ma ci si avvicina ogni giorno un po’. È stata una grande commozione quando ho visto lo sguardo luccicante di Alain e letto nel suo sorriso un tacito ringraziamento. Caro ragazzo. Simone ha accennato al fatto che gli piacerebbe portarlo in America per farlo seguire dal primario dell’ospedale. Dice che è un caso insolito e che fa ben sperare. Mio Dio quante emozioni in così breve tempo! Ancora adesso non riesco a non commuovermi…” la voce si spense in un gemito trattenuto a lungo. “Coraggio - un leggerissimo colpetto sulla spalla le fece sollevare lo sguardo. Un uomo alto e di bell’aspetto le stava offrendo un fazzolettino di carta - scusi se mi sono permesso, ma mi fa male vedere una donna piangere.” “Grazie. - accettò il fazzolettino e si tamponò il viso - Sono lacrime di gioia. Un figlio adottivo di mio marito è uscito dalla terapia intensiva e ha buone probabilità di salvarsi.” “Mi fa piacere. Comprendo il suo stato d’animo, anche se non ho avuto e non avrò mai la fortuna di essere padre. Sono però un padre adottivo di una ventina di ragazzini.” Livia spalancò gli occhi.“Di venti…” “Sono un professore di Storia antica e preside del Liceo classico…- si presentò allungando una mano - rettifico scusi. Ero preside. Sono andato in pensione solo da pochi mesi e ancora devo abituarmi all’idea. Allo stesso tempo non ho detto una grossa bugia perché dirigo un centro per ragazzini disadattati ed essendo vedovo, trascorro buona parte del mio tempo con loro.” “Questo le fa onore. Io sono una maestra… in pensione” rispose abbozzando un sorriso, ricambiando la stretta di mano. Un caldo benessere l’avvolse. Elegante nei modi e gentile nel porsi, quello sconosciuto emanava una sicurezza e una tranquillità fuori dal comune. “Allora una collega. Avremmo tanto bisogno di insegnanti - uno sguardo color del cielo la fissò speranzoso - al centro siamo tutti volontari.” “Mio marito - fece un cenno alla fotografia sulla lapide - ha lavorato tanti anni in Africa come medico. Avrei voluto seguirlo, ma con tre figlie non mi è stato possibile, poi tutta una serie di imprevisti me lo hanno impedito…” “Senza togliere alcun merito a nessuno, mi sento di affermare che c’è tanto bisogno anche nel nostro paese. Se vuole venirci a trovare, senza impegno - l’invitò porgendole un biglietto da visita - questo è l’indirizzo. Scusi se l’ho importunata. Non è nelle mie abitudini, ma a volte si compiono azioni spinti da una forza interiore, oserei dire irrazionale.” “Non si preoccupi.” “Arrivederci” la salutò con un cordiale sorriso. Poi a lunghi passi se ne andò avvolto nell’impermeabile scuro. Che strano incontro, pensò Livia rigirando il bigliettino tra le dita. Incuriosita lesse il nome: Rolando.
Lara Swan
Padre Giacomo sembrava, di colpo, invecchiato di dieci anni. Si tormentava le mani mentre a grandi passi misurava l’atrio in preda ad un tormento interiore che Livia interpretò subito non appena incontrò i suoi occhi. “ Livia, mi dispiace, ma Alain è in terapia intensiva, il suo cuore sta lottando contro la morte. Presto potremo parlare con l’equipe medica, e saperne di più”. Livia, lo guardò senza parlare. Ad un tratto, le pareti iniziarono a muoversi verso di lei, minacciose ed inarrestabili al pari del suo cuore. Sentì il rumore di diversi passi venire verso di lei, alzò di scatto la testa e vide tre medici che la stavano guardando. Fra di loro anche una donna, più giovane di lei. “ Lei è la vedova di Gianni?”La sua voce era sicura, con quel pizzico di arroganza, tipico di tutti i medici. La guardò direttamente negli occhi e continuò: “ Abbiamo fatto tutto il possibile, ma temo che il ragazzo non riuscirà a farcela, mi dispiace molto”. Livia rimase sospesa, stordita dalle parole che stava ascoltando. La sua mente rifiutava, con feroce ostinazione, la realtà. “ Mi scusi, non mi sono presentata, sono la dottoressa Margareth Johnson. Ho conosciuto suo marito, Gianni, con il quale ho collaborato ad un progetto di prevenzione e cura per l’Aids. Mi ha parlato molto di lei, sono lieta di fare la sua conoscenza. Gianni, era, oltre ad un abile medico, anche un amico”. Livia tese la mano e guardò quella splendida donna. Le gambe lunghissime erano fasciate in un jeans scolorito, la camicia bianca, aperta in parte, lasciavano intravedere una pelle luminosa e un decolletè invidiabile. I capelli nerissimi erano raccolti in uno chignon. L’ovale perfetto del viso era truccato, con maestria, senza eccessi. Indossava un paio di scarpette bianche senza pretese……una “ mise “ affascinante, quasi ricercata. Una donna moderna, attiva, sicura di sé. Un filo di piccole perle ornava un collo da cigno, quasi latteo. Il suo cuore perse diversi battiti, mentre immaginava il suo Gianni lavorare fianco a fianco con una signora affascinante e attraente come la dottoressa. Avrebbe voluto chiederle tante cose, avrebbe voluto conoscere i dettagli di quella collaborazione. Si scoprì ad essere gelosa, dimenticando, per alcuni istanti, il motivo che l’aveva condotta all’ospedale. Alain era nelle mani del Signore e lei provò un senso di totale frustrazione. Sentiva di aver tradito la fiducia di Gianni. Rimorso, infelicità, nostalgia, gelosia………tutti sentimenti che lottavano dentro di lei scavando un solco profondo e incolmabile. “ Sarei felice di poterla incontrare, magari per un caffè, se lei lo desidera. Io partirò presto, devo continuare l’opera di Gianni, è una promessa che intendo mantenere”. Il tono confidenziale con il quale chiamava suo marito, la irritò. Livia abbozzò un sorriso tirato: "Io non ho impegni, oggi pomeriggio, potremo incontrarci nel bar dell’ospedale, se per lei va bene, non voglio allontanarmi da Alain”. La dottoressa ci pensò solo un attimo e concordarono per le cinque di quel pomeriggio. Livia, si alzò le strinse la mano e decise di fare un salto a casa per mettere ordine nei suoi pensieri e nel suo cuore. Lungo la strada, Alba la osservava di nascosto, sua madre aveva i lineamenti tirati e l’espressione assente, lontana da tutto e da tutti. Era preoccupata. Arrivarono a casa, Livia entrò nella sua camera da letto richiudendosi la porta alle spalle. Cosa aveva fatto della sua vita? Una vita che ora osservava come se non fosse la sua. Scialba, insipida, incolore. Una vita trascorsa sul filo dei ricordi, su ciò che poteva essere, su ciò che aveva perso, su ciò che ancora trascinava a stento. Una zavorra di cui ora sentiva tutto il peso. Le vennero in mente le parole lette tempo addietro di Sant’Agostino “ Dio, da cui fuggire è smarrirsi, a cui tornare è risorgere, in cui abitare è vivere. Dio, che abbandonare è come morire, che attendere è come amare, che intuire è come possedere”. Ma dove era la sua casa? Dove cercare e come trovarlo? Dove ritmava il suo cuore? Una tempesta emotiva la sconvolse. No…. doveva reagire, doveva fare qualcosa per sé, doveva dare un senso a tutto quanto. Doveva trovare il suo cuore, lo doveva a Gianni, lo doveva alle sue figlie, ma, soprattutto, lo doveva a se stessa! Forse l’arrivo di Alain era stato provvidenziale, forse l’incontro con la dottoressa non era del tutto casuale. Alba entrò e guardò sua madre, si mise al centro della stanza a braccia conserte e le disse: “ Mamma, guardati, hai trascorso gran parte della tua vita da vedova senza esserlo, e ora non sai più che farne di quello che ti resta. Devi sconvolgere un po’ la tua vita, darle uno scossone , devi ricominciare, devi lasciarti tutto alle spalle “. Livia osservò Alba, la trovò incantevole e molto simile a lei da ragazza. Esuberante, grintosa, determinata, ribelle. Senza parlare cominciò ad aprire l’armadio rovesciando, freneticamente, tutto il suo contenuto sul letto, poi passò ai comodini. Alba, frastornata guardava sua madre, a bocca aperta. Infine disse :” Mamma non intendevo che dovevi sconvolgere la tua stanza……..ma è un buon inizio”. “ Invece di blaterare aiutami a cercare un jeans e un maglioncino nero”, le rispose Livia. Alba la guardò insospettita e allarmata, ma le trovò un jeans e un maglioncino a coste nero. “ Possono andare bene questi per sconvolgere il mondo e il resto che ti sta guardando?”. Livia abbozzò un sorriso, indossò i jeans, il maglione e si guardò allo specchio. Era sempre stata una bella donna e le poche rughe che solcavano gli angoli della bocca, aggiungevano un pizzico di fascino in più. “ Ho un appuntamento con la dottoressa Margareth al bar dell’ospedale. Tu sistema questo terremoto e corri in ospedale, se ci sono notizie sai dove trovarmi………..ah, dimenticavo, grazie per essere qui, ti voglio bene”. Senza attendere risposta, prese la borsa e infilò la porta con una furia sospetta. La dottoressa era già seduta ad un tavolino e fumava distrattamente una sigaretta. Appena la vide, le andò incontro e stringendole la mano disse: “ Diamoci del tu, Livia, ti prego, non amo l’etichetta”. “ Sono d’accordo Margareth”. Si sedettero e ordinarono un caffè nero e forte per entrambe. Ne avevano bisogno, anche se avrebbero preferito ordinare qualcosa di diverso, ma data l’ora, sarebbero state guardate con sospetto dal cameriere, un ragazzo magro, alto, con una gran massa di capelli neri e ricci oltre ad un tatuaggio, non ben definito, sull’avanbraccio sinistro. Testimonianza di passati ardori giovanili. Margareth era rilassata e attendeva le domande che Livia immancabilmente le avrebbe fatto. “Ho notato che parlavi di Gianni con una certa………….”. “ Intimità? Finì per lei la frase la dottoressa. “Non credo sia il caso di mentirti Livia. Intimità, sì, ma mai quanto avrei voluto. Voglio essere franca, ero sinceramente e irrimediabilmente innamorata di Gianni. Ma per lui non esisteva altra donna all’infuori di te. Eri sempre presente, dolorosamente presente. Un vuoto che lo lacerava dentro più di quanto avessi mai immaginato. Desiderava averti accanto, desiderava condividere con te i suoi successi e i suoi fallimenti. Desiderava piangere tra le tue braccia quando vedeva la morte falciare giovani vite. Per lui ero solo una collaboratrice preziosa e una buona amica, nient’altro”. Livia assorbiva tutto come una spugna, mentre il cuore le si stringeva fino a farle male. Aveva vissuto la vita che gli altri si aspettavano da lei, non aveva mai avuto il coraggio di seguire suo marito, benché lo desiderasse molto. Le ragazze, i genitori, la scuola, tutto era più importante della sua felicità. Ora si rendeva conto di aver svenduto il suo cuore….. ma c’era ancora un po’ di tempo per recuperarlo. Sorprendendo perfino se stessa chiese: “ Margareth, mi aiuteresti a realizzare un sogno, un progetto?”. Gli occhi scuri e bellissimi della dottoressa si fecero attenti. Assentì con il capo e si dispose ad ascoltare il resto. “ Voglio venire con te in Africa, voglio rendermi utile proprio là dove Gianni ha lasciato il suo cuore. Non ho esperienza , ma posso imparare. Posso assistere le donne incinte, curare i bambini, magari farti da assistente quando dovrai fare le vaccinazioni. Ho diversi amici negli Stati Uniti, posso coinvolgerli in un progetto che raccolga fondi o farmaci di prima necessita. Anche se tu non volessi aiutarmi, non abbandonerò, in ogni caso, il mio progetto”. Margareth l’ascoltò in bilico tra la sorpresa e la gratitudine. Ma non rispose subito. Lasciò trascorrere diversi minuti, guardando fuori, come se fosse in cerca della risposta meno dolente possibile. Poi, un sorriso contagioso apparve sulle sue labbra. Prese le mani di Livia, appoggiandole sul tavolo, la guardò negli occhi, e disse:” Gianni aveva ragione ad amarti così tanto………..sono felice di questa tua decisione. Il tuo coraggio è disarmante, ma devo avvertirti che non sarà una passeggiata per te. Il disagio sarà notevole, e in quanto ai rischi, non occorre che te li elenchi…….ma saranno tanti. Vuoi ancora partire con me?”. “ Ora più che mai………è importante dare al resto della mia vita uno scopo diverso……..voglio ritrovare il mio Gianni e ritrovando il suo cuore…..ritroverò il mio”. Aveva preso la sua decisione, forse la più difficile della sua vita. Ora bisognava informare Alba e le ragazze. Alain lo avrebbe lasciato alle cure di padre Giacomo e della figlia……..lei non poteva fare più nulla per lui, ma poteva ancora aiutare altri infelici. Si alzarono entrambe, Livia si avvicinò a Margareth l’abbracciò e pianse a lungo. Sentì che stava riprendendo il filo della sua vita, sentì, per la prima volta, dopo tanto tempo, un entusiasmo che temeva di aver perso. L’eccitazione, la paura, il salto in un mondo che ignorava, la fecero sentire, finalmente………..viva!
Aster
In quel momento, quella voce che aveva imparato ad amare fin da piccola, una voce che aveva saputo aprirla al mistero della vita, che le aveva insegnato a crescere con valori profondi e radicati nella sua anima, quella voce sembrò tuonare nella sua anima ed ogni cosa sembrò spegnersi di colpo. Tutte le speranze che nel corso dei giorni si erano fatte spazio nel suo cuore, prima fra tutte la speranza di potersi prendere cura di quel ragazzo che Gianni aveva voluto fortemente aiutare e che le aveva lasciato in eredità, la speranza di poterlo curare con l’aiuto di Simone, di potergli garantire un corso di studi in Italia e fargli coronare il suo sogno, proprio come aveva fatto Gianni quando promise a se stesso di diventare medico e portare il suo aiuto al mondo sofferente e dimenticato, tutte quelle speranze che via via aveva coltivato dentro sé e che le avevano regalato una certezza in più, proprio adesso che la sua vita sembrava non avere più certezze, all’improvviso le venivano a mancare, le venivano negate da quella voce a lei tanto cara. Non riuscì neanche a chiedere al padre in quale ospedale avessero ricoverato Alain, si lascò cadere sulla poltrona che stava vicino a lei, senza forza, senza coscienza, con le braccia in grembo e lo sguardo fisso davanti a sé. Attonita, immobile. Alba la vide cambiare di colpo e intervenne portandosi al suo fianco, accovacciandosi e carezzandole una guancia mentre con l’altra mano prendeva il cellulare per cercare di capirci qualcosa. "Livia, Livia, mi senti?" Riconobbe subito la voce di padre Giacomo. "No padre, sono Alba, sono appena arrivata… ma cosa succede?" "Ti spiegherò con calma… ma tua madre? Cosa le è successo? Non farmi stare in pena…" "Mamma sembra sconvolta per qualcosa che lei le ha detto, è seduta qui davanti a me, non parla… non so cosa fare padre – e quasi in lacrime – venga ad aiutarmi…" In questo momento di dolore crescente, di tensione estrema, Livia iniziò a muovere gli occhi, voltandosi lentamente verso Alba e prendendo la sua mano che ancora le carezzava la guancia. "Non preoccuparti amore mio, sto meglio adesso – disse con un filo di voce – passami padre Giacomo, devo chiedergli una cosa." "Certo mamma – mentre le passava il cellulare – vado a prepararti qualcosa? Vuoi che ti porti un bicchiere d’acqua?" "Sì gioia mia, un bicchiere d’acqua – disse mentre portava all’orecchio il cellulare – padre, mi dica in quale ospedale lo hanno ricoverato. Andrò immediatamente da lui." Alba ritornò con in mano un bicchiere d’acqua. "Allora, te la senti di spiegarmi cosa sta succedendo?" "Sì tesoro, però lo farò mentre mi accompagni all’ospedale civile. Hanno ricoverato Alain, ha avuto una crisi poco fa. Questo mi diceva padre Giacomo." "Certo mamma, lasciami portare dentro gli altri bagagli e andiamo subito. Ma non vuoi che ti prepari una tazza di te? Qualcosa di caldo ti farebbe bene" "No, non preoccuparti, sto meglio adesso, è come se mi fosse crollato il mondo addosso appena ho sentito la voce di padre Giacomo… era come se avessi un presentimento." Fin da ragazza aveva avuto un sesto senso, lo aveva scoperto quando il suo fratellino più piccolo un giorno era caduto in un pozzo poco distante dall’aia della fattoria degli zii. Era in casa con la zia materna, che adorava, l’aiutava sempre a preparare il pane o la pasta di casa quando andava da loro con tutta la famiglia, tutte le domeniche. Quel giorno aveva come sempre un grembiule di cotone molto più grande di lei, che la zia le aveva annodato alto, quasi al petto, e stava con le mani in pasta, si divertiva un mondo a impastare la farina con l’acqua, aveva sempre avuto una buona manualità ed una grande voglia di imparare tutte le cose che sapeva fare la zia Angelina. All’improvviso ebbe un sussulto, il sorriso che le illuminava il viso, come sempre quando era presa da qualcosa che la coinvolgesse, le si spense di colpo. Avvertì una fitta al cuore e pensò subito al piccolo Nicola, al suo piccolo fratellino, quel fratellino che era venuto dopo molti anni e che era il coccolone di tutta la famiglia, quel fratellino che lei e sua sorella maggiore, Ofelia, accudivano amorevolmente. Questi pensieri ebbero conferma quando entrò gridando suo zio, con in braccio il corpo senza vita del piccolo Nicola. "Era vicino a me, non l’ho visto andare vicino al pozzo. E’ tutta colpa mia." Quella tragedia la segnò profondamente per il resto della vita e solo l’amore di Gianni dopo qualche anno, era riuscito a snidare il suo cuore dall’angoscia. "Mamma, non preoccuparti, vedrai che Alain supererà la crisi" le disse Alba mentre entravano in auto. Era sempre stata molto positiva e protettiva nei confronti della mamma, aveva sempre saputo sostenerla in tutti quegli anni senza Gianni, nei momenti di tristezza. "Forse è il caso che telefoni a Simone, magari sapendo che Alain è stato ricoverato d’urgenza riuscirà a venire prima…" "Sì forse hai ragione amore mio, gli telefonerò e cercherò di convincerlo ad anticipare il suo rientro." Giunsero in ospedale che era ancora metà mattina e nell’atrio trovarono padre Giacomo che le stava attendendo.
Michele Flocco
L’arrivo di Alba gettò Livia nello sconforto. Seppur contenta di rivedere una figlia che riusciva a incontrare a malapena una volta l’anno durante le festività natalizie, in quel frangente Livia si aspettava l’arrivo di Simone, non certo quello inopportuno di Alba. Contava molto sulla presenza dell’amico per rassicurare Alain, sperava che Simone potesse spiegargli nel migliore dei modi, grazie anche al suo ottimo francese, in cosa consisteva la cura e quale decorso avrebbe avuto la malattia sia nel caso di risposta positiva ai farmaci, sia in caso di risposta negativa. Quest’ultima eventualità avrebbe significato dover ricorrere a una nuova terapia con nuovo dispendio di energie e speranze. Livia sapeva molte cose sul virus HIV, ma Simone conosceva la malattia meglio di chiunque altro. Debellarla era la sua missione, una missione che forse non avrebbe mai compiuto, ma per cui combatteva da sempre.- Mamma, mi dai una mano con le valigie o no?Livia si riscosse e tornò alla realtà. Alba se ne stava ancora in piedi con le quattro valigie e i giornali sotto il braccio, sbattendo le ciglia tra le goccioline di sudore, quasi fosse una scultura contemporanea a simbolo della donna “in carriera” del futuro.- Scusa, tesoro. – Livia le tolse una valigia e le indicò il salone. – Vieni di là, sistemiamo tutto dopo. Devi assolutamente dirmi cosa ti ha detto Simone. Sicura che ti ha dato tutto? Ti ha spiegato…- Mamma! – Alba stava arrancando in soggiorno con il resto dei bagagli, arrivò al divano e vi buttò tutto sopra alla rinfusa.Livia la osservò mentre si ricomponeva il tailleur blu e si scioglieva la coda di cavallo in cui aveva raccolto i suoi fluenti capelli biondo-cenere. Era sempre la più bella di tutte, disse a se stessa, subito pentendosene. Non le piaceva fare paragoni tra le sue bambine – ancora le chiamava così, non poteva farne a meno – e ogni volta ci ricascava. Non sapeva bene il motivo, forse perché Alba era stata l’ultima delle sue figlie a lasciare la loro casa per affrontare la vita, forse perché aveva sempre dimostrato una dolcezza e una sensibilità d’animo che Flora e Gaia, le più grandi, non avevano se non in parte. Ricordò con una stretta al cuore il giorno che si era presentata a casa con un cucciolo in braccio. All’epoca aveva solo 10 anni ed era a giocare fuori in giardino con le sorelle. A un certo punto aveva suonato il campanello e quando Livia aveva aperto si era ritrovata davanti questa ragazzina con un cucciolo di alano arlecchino in braccio che la nascondeva quasi interamente alla sua vista.- Mamma, possiamo tenerlo? – Aveva chiesto innocentemente. – Si è perso. Ha perso la sua mamma. Posso essere io la sua mamma?La dolcezza di Alba poteva essere disarmante. Ovviamente non era possibile tenere il cane, ma la fortuna aveva voluto che un vicino sbucasse dal nulla, sollevato di ritrovare il suo cucciolo, scappato dal giardino in un momento di distrazione e sollevando a sua volta Livia dall’onere di dover dire “no” alla sua bambina.La carezza di quel ricordo si affievolì e agli occhi di quella bimba si sovrapposero quelli iridescenti della donna che era diventata.- Mamma, va tutto bene? – Alba sembrava preoccupata. Livia fece per rispondere, quando il cellulare squillò nelle sue tasche. Non era un’amante della tecnologia e i telefonini non le piacevano, trovava che togliessero intimità alle persone e le rendessero più sorde e stupide di quel che la natura aveva predisposto, tuttavia col tempo aveva dovuto ammettere quanto fossero utili e, a volte, provvidenziali.Afferrò il telefono e diede uno sguardo al display: era Padre Giacomo.- Pronto?- Livia! – La voce del sacerdote la allarmò all’istante. – Livia, devi venire in chiesa, presto!- Padre… che succede? – Improvvisamente pensò ad Alain. – Alain sta bene?- Livia, il nostro Alain ha avuto una crisi… un’ambulanza l’ha appena portato via, lo stanno portando in ospedale!
Daniele Picciuti
- Livia! Livia!- La voce di Padre Giacomo la scosse ancora. - Stai bene? - Si, grazie sto bene, stavo solo pensando … alle tante cose da fare. - Hai avvisato le tue figlie? Potresti aver bisogno di un aiuto! - Quelle parole furono come una fucilata al cuore di dolci ricordi in cui stava già tornando a cullarsi. Le figlie. No, non aveva proprio pensato di avvisarle. - Non credo possano essere d’aiuto. Avranno già ripreso il lavoro. - Si sforzò di far uscire una voce calma e serena. - Però ha ragione padre: devo chiamarle. Lo faccio subito. - Livia posò il ricevitore e rimase ferma a pensare. Le figlie. Le sue tre adorate bambine ormai erano cresciute da un pezzo, e temeva le loro reazioni. Perché, purtroppo, le ragazze non avevano mai perdonato al padre di averle lasciate. L’egoismo tipico dei bambini avrebbe voluto i genitori tutti dedicati a loro: non avevano mai capito la missione di Gianni, non erano riuscite a comprendere neppure come Livia potesse amare un uomo che, secondo il loro modo di vedere, le aveva abbandonate. Livia continuava a tormentarsi, a chiedersi dove avessero sbagliato. Dopo la morte dei suoi genitori, la casa di campagna in cui era cresciuta, con tutti i terreni da coltivare, era stata data in affitto. Questo le aveva permesso di continuare gli studi, e di essere in qualche modo ancora vicina a Gianni, sebbene non avesse potuto seguire lui e Simone alla facoltà di medicina. Lei era portata per la poesia, per la lettura, per lo studio del passato: voleva diventare una buona insegnante, e ci riuscì. Sposò Gianni non appena ottenuta la laurea, mentre lui studiava ancora. Stabilirsi dai genitori di lui era impossibile, abitavano in una vera e propria fattoria, lontana dal paese, lontana dalla scuola, dalla chiesa. Così, Livia aveva venduto la sua vecchia casa, e, con l’aiuto dei genitori di Gianni, avevano fatto costruire la nuova casa di mattoni rossi, accontentandosi di arredarla con i vecchi mobili dei genitori di Livia, e qualche pezzo costruito a mano da papà Luigi, il padre di Gianni. I genitori di Gianni stravedevano per il figlio: erano convinti che avrebbe fatto il medico lì, in paese, ed erano felici che avesse sposato una di loro, una campagnola. E all’inizio fu così. Mentre Gianni ancora studiava e studiava, Livia insegnava dalle suore, faceva supplenze nel loro vecchio, amato liceo, dava lezioni private ai ragazzi in difficoltà, e preparava i bambini per la cresima e la comunione. Furono anni difficili, ma Livia e Gianni non si curavano delle ristrettezze economiche, paghi del loro reciproco amore. Le bambine erano arrivate presto, forse troppo presto, ma entrambi erano convinti che fossero un dono prezioso. Con Gianni ancora all’università, per ottenere Laurea, Specializzazione e Tirocinio, mentre Livia era immersa nel lavoro, le piccole erano quasi sempre dai nonni, e si divertivano un mondo. Poi, con le scuole, era bello avere la mamma maestra e il papà medico, che sapevano tutto e aiutavano a prendere bei voti. Invece, con l’ inizio del Liceo erano cominciati i guai. Le figlie del dottore dovevano andare in giro con gli abiti smessi dalle altre. Non c’erano mai soldi neppure per andare al cinema. Figuriamoci per le gite scolastiche. Erano lo zimbello del paese. Papà però spendeva un sacco di soldi per i suoi voli in Africa, per andare ad occuparsi dei figli altrui, mentre loro restavano da sole. Prima per qualche mese, poi per qualche anno, poi, per sempre. Non lo avevano mai capito. Non erano cresciute apprezzando la dedizione verso il prossimo, l’amore per i più deboli. Al contrario, erano diventate ciniche ed egoiste. Le tre telefonate furono un vero supplizio per Livia. - Mamma sei diventata matta! Rimandalo al suo paese! - Vuoi dire che sei da sola in casa con un uomo? E nero, per di più! Ma quello è capace di violentarti e anche di picchiarti! Quelli lì non hanno alcun rispetto per noi donne! - Sei sempre la solita ingenua, mamma. Papà ti manda un suo … “adottivo”, e tu te lo prendi anche in casa? Ma non hai capito perché si è preso l’AIDS? - Quando finalmente chiamò Simone, Livia era così esausta che riuscì a malapena a spiegare la situazione a grandi linee. Simone l’assicurò che avrebbe telefonato a Padre Giacomo ed insieme avrebbero concordato sul da farsi. Alla sera si sentiva come svuotata: ma il sorriso di Alain, le sue premure, i suoi tentativi di parlare Italiano la riconciliarono con il mondo. C’era tanta bontà in quel ragazzo, da restarne affascinati. Livia si coricò con un nuovo sentimento di speranza nel cuore. L’indomani dormì fino a tardi. Alain non c’era: aveva fatto colazione, lavato la sua tazza, e lasciato un biglietto con su scritto “Padre Giacomo”. Livia sorrise. Si preparò, per andare all’oratorio, poi si accorse che era già ora di pranzo. Sentì suonare il campanello e pensò che il giovane fosse tornato per fare uno spuntino. Aprì sorridente… ed ebbe un colpo al cuore. Alba, la più giovane delle sue figlie, che avrebbe dovuto trovarsi negli Stati Uniti, era lì, davanti a lei, con quattro valigie, e due giornali sotto il braccio.- Dov’è Alain? - chiese guardandosi intorno. - Il tuo amico Simone mi ha dato un quintale di roba per lui. Non potrà tornare in Italia per almeno un mese. Sono venuta ad aiutarti. -
Rosella Rapa
Dalla finestra socchiusa, la luce del mattino bagnava di un dolce chiarore la camera da letto e creava dei riflessi cangianti sul tappeto azzurro e sull’arredamento. Un raggio di sole accarezzò il volto di Livia che si svegliò. Si stiracchiò mentre gli uccelli diffondevano la loro melodia alla quale si unirono rantoli di benessere che la bocca traeva dalla fonte stessa della speranza. La mattinata era dolce e le turgide gemme della gardenia erano in procinto di scoppiare. Sì, dopo colazione, avrebbe telefonato a Simone sperando che non fosse negli U.S.A. per la messa a punto del vaccino dell’AIDS. A lui avrebbe confidato tutto. Non le avrebbe negato il suo aiuto. “Simone è buono come il pane, sa ascoltare in silenzio, comprendere, e sa donare col cuore. E’ un amico, un vero amico”, si disse Livia.Negli ultimi tempi i loro contatti si erano un po’ allentati a causa dell’impegno totale di Simone per la sua importantissima ricerca. Si erano sentiti telefonicamente solo pochissime volte, soprattutto nelle occasioni delle festività solenni. Veramente era stato Simone a telefonare e metterla al corrente dei suoi progressi. Simone: la personificazione dell’amicizia fatta di sentimento sereno, limpido e di fiducia. La loro amicizia era stata una filigrana d’incontri colmi di gioia, spensieratezza e di profonda comprensione.Il subconscio di Livia inserì il CD dei ricordi nel videoregistratore della mente e le immagini presero a scorrere sullo schermo del tempo.…Aveva tredici anni quando rimase orfana d’entrambi i genitori. Visse per alcuni mesi presso la famiglia Bonocore che l’accolse con amore. Tutti erano affettuosi con lei, tutti anche Riccardo detto “Peste” per il suo carattere litigioso e ribelle. “Peste” si dimostrò molto affettuoso e protettivo nei suoi confronti tanto che un giorno “menò di brutto” il fratello Paolo che la canzonava. Dolce e caro “Peste”. Con i suoi neri capelli a cespuglio e il labbro leporino. Era emigrato in Svizzera con tutta la famiglia. Diventato calmo e tranquillo, si era sposato ed è tutt’oggi un bravissimo marito e padre esemplare. Anche Paolo si era sposato, ma si era separato e viveva con i genitori. Il sogno di rimanere con la famiglia Bonocore svanì appena dopo l’Epifania, quando le fu comunicato che la macchina sociale, “messasi in moto”, aveva rintracciato l’unico parente prossimo: una zia che non aveva mai conosciuto e che abitava a Roma. Molto distante dal suo piccolo paese natio. Questa aveva accettato di prenderla con sé. La neve aveva cominciato a cadere nel pomeriggio del giorno antecedente alla sua partenza per Roma. Prima a radi fiocchi, poi con mulinelli, turbini mossi dal vento ai margini dello spiazzo davanti alla casa. Lei se ne stava accanto alla finestra: guardava la neve vorticare nell’aria e posarsi al suolo. Nel grigiore i nudi rami degli alberi, tesi verso il cielo, erano diventati, a poco a poco, bianchi. Com’era pesante e com’era fredda quella neve sul cuore! La sera saltò la cena e andò a letto prestissimo. I singhiozzi le squassavano il cuore gonfio di dolore e continuarono fino a quando Morfeo non la strinse fra le sue braccia. Era domenica. Livia aprì gli occhi. Nel cielo c’era già un pallido chiarore dell’alba che versava la sua luce nella stanza. C’era un silenzio ovattato, innaturale nello spiazzo. In lontananza strideva il rumore degli spazzaneve. Aprì la finestra e l’aria fredda le carezzò il viso come una lama di rasoio. Presa la sacca e la valigia e scese in cucina. I quattro componenti la famiglia Bonocore erano seduti a tavola e aspettavano lei per la colazione. Con voce rotta Livia li salutò e corse ad abbracciarli. A stento trattennero le lacrime, ma non bisognava piangere come disse il signor Michele. La signora Luigia preparò, per tutti, una bella tazza di latte fumante e biscotti fatti in casa. Livia aveva difficoltà a mandare giù il latte e i biscotti, ma si sforzò. Il silenzio scese così denso che poteva tagliarsi con un coltello. Dopo colazione ognuno ritornò alle sue occupazioni abituali. Ore 10.30: il suono del campanello li fece trasalire. Andò ad aprire la signora Luigia.“Sono Elena, la zia di Livia e questo è il mio compagno”. I particolari dell’incontro e il doloroso addio alla famiglia Bonocore Livia li aveva volutamente rimossi. Solo brevissimi flash oscurati furono proiettati sullo schermo temporale.L’arrivo a Roma, la nuova casa, i primi dissapori con la zia, le difficoltà ad inserirsi nella nuova scuola, i continui litigi della zia con Pasquale e la loro definitiva rottura, li guardò passare a gran velocità. Ma ecco che le immagini cominciarono a rallentare e si fermarono su quella scena che l’aveva profondamente turbata. La scena che segnò la svolta definitiva della sua vita. Era tornata a casa prima del previsto, la lezione di danza era stata rinviata perché l’insegnante era ammalata. Appena entrata in casa sentì dei rumori, lunghi sospiri, gemiti soffusi e gemiti più forti provenire dalla stanza di sua zia. Incuriosita si avvicinò in punta dei piedi. La porta era socchiusa. La stanza era in ombra, tagliata solamente da un alone luminoso, intorno alla tenda che circondava la finestra. Sua zia e uno sconosciuto, completamente nudi, sul letto facevano l’amore. Con un filo di voce Livia mormorò le stesse parole di allora: “ Perché mi meraviglio?! La zia ha solo 44 anni ed è ancora bella”. Udì chiaramente anche le stesse frasi di quell’uomo e di sua zia. “Mi hai completamente soddisfatto, ritornerò ancora qualche volta” e “Anche tu mi hai soddisfatto. Ritorna quando vuoi, il numero di telefono ti è noto”. Ciò le gelò prima il sangue e poi gli infiammò il viso e le oscurò la mente.“L’amore, dunque, per lei è un doppio vantaggio: soddisfazione e profitto”! Fu questa la sua conclusione. Si chiuse in camera e addusse un forte mal di testa alle domande della zia “del perché” non voleva cenare e di cosa aveva. L’indomani uscì presto per andare a scuola e per non incontrare la zia. Frequentava il primo anno di liceo. Dopo scuola non tornò a casa. Vagò a lungo senza avere l’idea chiara di cosa avrebbe fatto e dove sarebbe andata. Stanca si sedette sulla panchina di una piccola oasi verde. Osservando un vecchietto che cercava di prendere un piccolo bastardino che correva abbaiando, “s’illuminò la lampadina”: “Ritornerò al paese”. Qui però non trovò più la famiglia Bonocore. Si rivolse allora a Padre Giacomo e lo informò di tutto. L’unica soluzione fu quella di sistemarla presso la signora Maria. Questa era una simpatica e matura vedova senza figli che viveva alla periferia del paese. La signora Maria, dopo aver ascoltato la situazione e la richiesta di Padre Giacomo accettò ed accolse Livia come una figlia. La proiezione di ciò che accadde in seguito fu spezzata dal dolce saluto di Alain. Durante la colazione Livia informò Alain della sua decisione di chiedere aiuto a Simone. Lacrime di gratitudine solcarono il viso del ragazzo ed un lungo e caldo abbraccio pose fine al torrente salato che aveva inzuppato le fette biscottate. Alain uscì per recarsi da Padre Giacomo e Livia telefonò a Simone. Rispose la sua domestica: “Il dottore non è in casa, ma ritornerà questa sera. Devo riferirgli qualcosa?” “Gli dica solamente che ha telefonato Livia, grazie.” Non appena mise giù la cornetta, il registratore riprese a funzionare. Prima Liceo: le lezioni cominciarono per lei con una settimana di ritardo causa malattia e qui riconobbe Gianni e Simone, compagni delle elementari. I loro sguardi s’incontrarono e subito nacque tra loro una tacita intesa. Divennero amici inseparabili. Dopo qualche tempo l’amicizia divenne amore. Gianni e Simone erano entrambi innamorati di Livia. Lei amava Gianni. Era bello Gianni. Il cuore di Livia aveva battuto più in fretta ed aveva sentito un fremito sulla pelle piacevole e delicato come il tocco improvviso dell’ala di una farfalla, quando, il primo giorno di scuola, lui l’aveva salutata con una stretta di mano. Nei loro occhi era facile leggere la dolcezza del loro sentimento. Simone se n’accorse e si rese conto che per lui non c’era speranza alcuna. Accadde in una giornata come tutte le altre. Era primavera ormai, Simone era dai suoi nonni e Livia e Gianni, in una pausa di studio, decisero di recarsi al vecchio mulino per accettarsi se vi erano trote nella roggia. La campagna aveva indossato il suo vestito più bello: i prati erano di un verde tenero, le foglie nuove premevano dai germogli degli alberi, i peschi già colorati di rosa, i ciliegi già colorati di bianco. Le rondini intrecciavano i loro voli in un cielo terso e sereno. L’aria era dolce e profumata. I due ragazzi camminavano in silenzio. I loro occhi bevevano l’azzurro del cielo e i colori della natura. Giunti al mulino, meta di sole visite a richiesta, si sedettero a riposare sul sedile di sasso vicino al vecchio castagno, prima di scendere alla roggia. Il silenzio era rotto dai loro sospiri e dal rumore dell’acqua che scendeva nel canale dietro il mulino. I loro occhi si evitavano imbarazzati.“Sì, hai detto qualcosa Gianni””.“No, niente Livia”. L’aria fremeva di palpiti che erano impossibili quietare. Nel chinare gli occhi sul lato del sedile Gianni, notò un piccolissimo cespuglio di viole. Le raccolse, le offrì a Livia con mano tremante e con un sussurro le disse: “Livia ti amo”. Un lungo e forte sospiro gli liberò il petto dalla morsa che lo attanagliava. Livia rimase per qualche istante ad assaporare la dolcezza del sentimento che le gonfiava il cuore, poi: “Gianni, ti amo anch’io e tantissimo”. Il tempo si fermò. Il loro spazio era contornato di vuoto: non esisteva più nulla oltre al loro meraviglioso mondo. E le trote? Se le ricorda, forse, solo il lettore. Livia sentì ancora quelle dolci e calde labbra di Gianni sulle sue: il loro primo bacio. Rivisse quell’istante d’incantesimo e di felicità, e tutte le sensazioni provate, poi incominciò a piangere. Un pianto senza singhiozzi, quel pianto che lacera il cuore. Subentrò uno stato di abbandono e di apatia. Lo squillo del telefono la riportò alla realtà. Alzò la cornetta:“Ciao Simone, ho bisogno di parlarti…”“Livia, non sono Simone. Sono Padre Giacomo. Voglio avvisarti che Alain sta lavorando col “Gruppo Oratorio” per la preparazione della festa di Santa Alessandra e tornerà questa sera tardi. Tutto bene?”. “Sì, tutto bene. Solo qualche ricordo e un po’ di tristezza superabile." Ma i ricordi ritornarono veloci come un battito d’ali.
Giovanni De Simone
“Oggi è un giorno speciale”, disse fra sé Livia, guardando quel giovane e pensò che un altro mondo era possibile anche di fronte al dolore che provava. E’ difficile a volte guardare il mondo con gli occhi dell’anima, con il senso delle proprie responsabilità verso gli altri a cui si appartiene, e ancor più difficile è comprendere la follia dell’amore: amare tutto e tutti, senza riserve mentali, specie se un dono appare, all’improvviso, inatteso come quello che Gianni alla fine della sua vita le donava. E’ l’amore che rende uguali senza limiti e barriere. Adesso nella mente della donna si affollavano le voci di mille bambini che cantando, salutavano l’anima piena di coraggio e di gioia del suo Gianni: “l’amore fa aprire le porte del cuore.” Lei sapeva che la gente avrebbe parlato, commentato e forse anche giudicato, ma a Livia non interessava; aveva letto le ultime righe di quella lunga lettera, nella quale Gianni le confidava, che il ragazzo che le stava di fronte era positivo all’HIV e pur rimanendone sconvolta, non ebbe alcun dubbio, lo avrebbe tenuto con sé. Era un figlio per Gianni e questo fu il solo pensiero coerente che riuscì a formulare in quegli istanti; a lui aveva dedicato tutto se stesso come un padre per curarlo e strapparlo dal male del secolo che stava distruggendo interi villaggi, donne, bambini e uomini, là in quella terra infuocata e lo aveva affidato a lei, in punto di morte, contando sul grande sentimento che li univa, al di là del tempo e della lontananza. Livia pensò, velocemente, al da farsi e a chi poteva rivolgersi. “Ma, certo, come ho potuto non pensarci”, disse fra sé, aggiungendo: “Simone, di sicuro, saprà cosa fare.” Egli era l’ uomo che nella sua vita, aveva colmato la mancanza ed il vuoto di Gianni, standole accanto come un sincero amico. Simone era un ricercatore, specializzato in virologia, ed insieme alla sua squadra stava concentrando gli studi sulla ricerca di un vaccino antivirale e sui farmaci bloccanti il virus HIV. Era avanti nella ricerca e forse anche per questo, Gianni le aveva raccomandato il giovane Alain, sapeva che con lei e Simone sarebbe stato al sicuro. Gianni e Simone erano cresciuti insieme, erano amici da sempre e con lei avevano formato una bella squadra di scavezzacolli, fin dai tempi del liceo. Quando Gianni era partito per l’Africa, Simone aveva promesso all’amico di prendersi cura della sua famiglia e in nome del legame speciale che li univa fin da ragazzi, giurò che avrebbe onorato quella nobile promessa. Livia e Simone erano legati da una profonda amicizia e da una stima immensa, e nei momenti di grande difficoltà, la sua presenza le era stata preziosa, l’aveva aiutata a non morire di dolore, e a non affogare nel mare di solitudine, che l’assenza del suo grande e unico amore le aveva lasciato. Simone con la sua discreta e fidata presenza, le aveva dato la forza di costruire e di portare avanti da sola la famiglia serena che aveva. Sì, Simone l’avrebbe aiutata, adesso, ne era certa e mentalmente ripeté : “Mio Alain, adesso, posso accoglierti con gioia nella mia vita e sono certa che Gianni sapeva che avrei fatto esattamente così, e senza bisogno di parole tra noi.” A Livia l’altalena di pensieri servì, lei riusciva a parlare con le stelle ed avere da loro le risposte ai suoi perché; un po’ come quando da ragazzini correvano a sdraiarsi tutti e tre nei campi, nelle notti d’estate a fare mille domande alle stelle. Alain guardava confuso Livia e mentre gli chiedeva scusa, lei sorrideva, sorrideva ancora e anche se non capiva il perché, sentiva che Alain sapeva già tutto ciò che avrebbe fatto. Ma più di tutto sapeva che quella era casa sua, e lei era la madre che non aveva avuto. Poi all’improvviso vide una luce nel buio della mente: l’immenso stellato, dove all’Infinito piace improvvisarsi pescatore di anime e cuori ed apparve l’immagine di un bambino che sedeva in preghiera e che ascoltava la musica, in mezzo al deserto dell’anima. Livia si accostò a Lui, gli porse le mani e disse: “Ascoltami anche tu, siamo in tanti! Siamo tutti diversi, ma ascoltiamo tutti la stessa musica, e mille canti e mille danze e quando si apre il giorno, ci si chiede perché, a volte, è così difficile capire che, in fondo, è tutto semplicissimo. Alain le si avvicinò, cercava di comprendere, mentre Livia provava ad insegnargli gli incantesimi che aveva imparato nei giorni felici con Gianni. Con dolcezza gli parlò: “Quando vuoi parlare con le stelle o chiamare le fate, fai parlare il tuo cuore e disegna i tuoi pensieri nelle nuvole”. Lui rispose con quell’accento particolare: “ Io imparo alla svelta!” Livia, allora, aggiunse: “Vediamo se impari anche questo.” Si parlavano con gli occhi, con l’anima e con la gioia di chi vuole dire: “Un altro mondo è possibile, qui ed ora!” Livia pensò che avrebbe insegnato al giovane, aiutandolo a costruire la sua vita e il suo futuro, come avrebbe fatto Gianni, e adesso con l’aiuto di Simone. Un brivido caldo le percorse la pelle come una vellutata carezza, si avvicinò sempre di più ad Alain, accogliendolo in un abbraccio, come a riscaldarsi dal lungo inverno della sua vita ed iniziò a giocare con le mani. Le muoveva a ritmo dei tamburi, verso destra, verso sinistra, in alto e in basso, aprendo la sua anima assopita alla vita. Vedeva già scorrere davanti a lei, come se fosse un fiume, i giorni a venire difficili, che l’attendevano, ma non ne aveva timore; sentiva la musica dentro di sé, quella che parla all’anima di tutti, mentre ripensava alla giovinezza trascorsa, a come erano stati felici da ragazzi, al loro forte e speciale legame, al loro modo di parlarsi e d’imparare insieme con umiltà, giocando. La storia di Alain era lì a portata di mano, come la tragedia dell’Aids che vivono i bambini dell’ Africa e del piccolo villaggio sperduto che il suo amore aveva amato; Gianni era presente come non mai in quell’istante, così speciale vissuto tra i due. La donna era rimasta colpita da un solo sguardo di Alain, ed aveva amato quel ragazzo venuto da lontano e solo adesso comprendeva il valore del sacrificio di Gianni. Egli, a contatto con il dolore, aveva dato se stesso e senza timore, generoso e leale com’era, si era esposto lui stesso al dramma di quella realtà. Sorrideva Livia, immaginandosi al suo fianco, ma era un amaro sorriso il suo, e il pensiero vagò all’indietro, quando aveva vent’anni. Era bella Livia e Gianni ancor di più, poi….. misteriosamente tutto entrò nell’ oblio. Il dolore della sua mancanza si fece troppo lancinante, non riusciva in quel momento a comprendere come fosse stato possibile non aver mai avuto la percezione della tragedia umana, che lui viveva e per la quale lottava. “Lascia piangere la tua anima” sembravano dire a Livia, quegli occhi così profondi e dolci che la guardavano in attesa; Alain diceva tutto in quello sguardo e Livia percepì il suo pensiero, comprese che Gianni aveva trovato in lui il figlio, che non aveva avuto vicino, per avere la gioia di poter donare un briciolo d’eternità alla vita, di cui ogni uomo si sente parte: l’Amore e da cui si era volontariamente allontanato. Alain era parte di Gianni e adesso Livia non aveva dubbi sul da farsi, ora non più, capì che lo amava, che l’amore aveva vinto la paura, e che le strade della vita erano infinite, legate, una all’altra, da un filo invisibile, che non si sarebbe mai spezzato.
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·•-----------------------------•· Questo blog intende offrire, a tutti voi, la possibilità di interagire, creando, come immagini composte, dei piccoli racconti. I pezzi, combinati tra di loro, danno la possibilità di creare un'infinità di motivi, in questo modo si può esprimere, al massimo, la propria creatività. Una specie di staffetta, con l'intento di stare tutti insieme, con la fantasia, con i sogni, con le emozioni. ·•-----------------------•·