04.03.09

Permalink 16:35:47, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 8° Parte

  Alain non conosceva la lingua. A Burking, nel piccolo villaggio dell’Africa Occidentale, dove aveva vissuto tra miseria e povertà, non si parlava l’italiano. Il francese era poco diffuso e per lo più veniva impartito nelle comunità e negli ospedali dalle consorelle o dalle volontarie in missione; parlata tra operatori sanitari e pazienti, era l’unica lingua che potesse favorire gli scambi e la comunicazione. Anche Gianni era stato costretto ad impararlo, le cose basilari inizialmente e poi piano sempre di più, fino ad avere il completo possesso di ogni francesismo e della vasta e complessa gamma di regole grammaticali. Presso la “Comunità dei senza tetto” da lui stesso fondata all’interno della “Casa della Speranza”, quel piccolo ospedale quasi giunto al completo, meta e  coronamento del sogno di un’intera vita, trascorsa con sacrificio e poi, spezzata da una morte imprevista,  si era prodigato con abnegazione ad insegnarla ai tanti trovatelli ed orfanelli, Alain compreso, di cui si era, a poco a poco, circondato e che allietavano le sue faticose e nostalgiche giornate, quando gli impegni e la stanchezza lasciavano trapelare piccoli spiragli di luce, che bisognava oscurare per non fare un tuffo nei ricordi sfumati dal tempo. Poi il destino era stato avverso; aveva giocato ad armi non pari, e quando la maturità aveva preso il sopravvento e gli acciacchi del corpo erano prevalsi su quelli dell’anima, pronto per abbandonare l’Africa, per giovare della possibilità di trascorrere gli anni più dolci in compagnia della sua amata Livia, proprio allora, aveva compreso di essere caduto in trappola. Era finito nella rete del suo stesso nemico: quel male che per anni aveva combattuto con forza e che  adesso si stava vendicando della sua persona in un modo così subdolo e disonesto, da non lasciargli alcuna arma di difesa. Gli ultimi giorni erano stati tremendi. Il venir meno delle forze ogni giorno un po’ di più, sempre di più, il poter sentir il suo corpo delirante vacillare, e a poco a poco spegnersi in una consapevole agonia, non bastavano a mascherare il senso di vuoto lasciatogli da una vita volontariamente vissuta senza amore per se stesso e … troppo amore per gli altri. Quanto avrebbe desiderato godere di un ultimo sguardo della sua amata! Poterle spiegare il perché delle sue scelte, le motivazioni dei suoi tanti rifiuti. Ma ormai era troppo tardi. Non restavano solo che ricordi e per lo più confusi; come flashback fulminei in una notte di dolorante tempesta, squarciavano le tenebre della mente. In un attimo la sua vita scorse velocemente; sentì il profumo di una brioche calda appena sfornata e il ricordo di risate mattutine che mettevano il buonumore. Rivide Livia, l’ingenuità di due occhi furbetti socchiusi che auguravano un buon risveglio e le stropicciate lenzuola che, allora, sapevano ancora di passione; poi chiuse gli occhi, e come avvolto da un’estasi paradisiaca, cadde in un sonno eterno. Alain gli era stato vicino, lo aveva accudito fino all’ultimo respiro, come un padre nei confronti del figlio e con un totale rovesciamento di ruoli e di compiti, che rimembravano una scelta ormai divenuta parte di un lontano passato. Gianni lo aveva salvato da una morte scontata e si era occupato di lui, tirandolo su come si deve ed impartendogli una buona educazione ed istruzione. Forse adesso la vita, privandolo dell’unica persona a lui cara, aveva deciso di tirargli un brutto scherzo e di metterlo nuovamente alla prova? “Livia” erano state le ultime parole pronunciate da Gianni, mentre la malaria, nemica ed assassina, aveva divorato in pochi giorni il suo corpo febbricitante e in delirio, e sul letto di morte, in nome di questa donna, il piccolo uomo dalla pelle nera e lo sguardo vissuto aveva giurato vendetta e promesso di consegnare a lei tutta la verità. Ed ora che i loro corpi erano stretti in un affettuoso abbraccio tra il conforto e il pianto, Alain non trovava le parole, non le conosceva, ma aveva compreso chiaramente ogni cosa. Mon enfant bienvenu” – ripetè  il prete, aggiungendo: “C'est la femme que vous cherchez ". Il volto di Alain si illuminò radiosamente; ora, era certo che la promessa non era stata infranta e che Gianni da lassù non poteva che esserne orgoglioso. 

Giovanna Bonafede

 

24.02.09

Permalink 16:10:31, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 7° Parte

Sollevò incerta le alette sigillate del plico rammentando ancora una volta il volto luminoso di Gianni. L’ultima volta che lo aveva visto, le era parso sereno; era orgoglioso della missione che portava avanti con determinazione e con tutta la competenza medica di cui era capace. Era felice e intimamente appagato quando poteva aiutare le persone così sfortunate e tanto provate dalla sorte; non avevano chiesto loro di nascere in un luogo così disastrato. Eppure in quella trasparente serenità d’animo si velava, a volte, una profonda e indicibile tristezza : erano ancora tanti coloro che non riusciva a  sottrarre alla morte. Quella morte beffarda che aveva combattuto con rabbia e veemenza, alla fine avrebbe avuto il sopravvento su di lui, stroncando la sua preziosa vita. Quando Gianni comprese d’essere stato contagiato dalla malaria non si risparmiò affatto, anzi cercò di  accelerare i tempi  per portare a termine tutte le opere che aveva iniziato, prima che fosse troppo tardi; nulla, proprio nulla doveva rimanere incompiuto. Livia lo rammentava bene, lo aveva impresso nel cuore quel giorno atroce, quando apprese che il suo adorato Gianni, unico amore della sua vita, non l’avrebbe più sostenuta! Adesso la verità si trovava ad un passo da lei, proprio lì fra le sue mani. Le sembrò che la ferita fosse, in quel preciso istante, ancor più lacera e cosparsa da una miriade di grani di sale che la pungolavano, senza ritegno e senza alcuna pietà. Il suo cuore cominciò, con veemenza a pulsare, e le parve che i palpiti fossero uditi da chiunque, in quel momento, le fosse stato accanto. Ebbe quasi un mancamento, e per un istante vacillò. Alain comprese, le si avvicinò delicatamente, in maniera impercettibile le  accarezzò il capo e con un rassicurante sorriso la invitò ad aprire finalmente quel plico. I loro sguardi si incrociarono; gli occhi di Livia erano cosparsi di numerose e trasparenti lacrime che avrebbe voluto lasciar cadere,  fino a lambire le  guance, e che solo per pudore riusciva a trattenere, a stento. Si fece coraggio ed aprì il plico che iniziava a scottare nella sua mano tremante; profumava ancora di sigaro, quel benedetto sigaro da cui Gianni non era mai riuscito a distaccarsi, le sembrò di accarezzare ancora le sue mani. Trattenendo il respiro, con ansia malcelata, cominciò a leggere: “Mia cara Livia,quando leggerai questa lettera io purtroppo  non sarò lì, accanto a te. Vorrei che tu mi perdonassi, vorrei che tu potessi comprendere di quanti intensi ed importanti attimi sia stata costellata la mia permanenza in questi luoghi, dimenticati da tutti. Quanto avrei voluto condividere con te la mia vita, mia adorata Livia, Dio solo lo sa! Ma adesso è troppo tardi ed io voglio che ti giunga intatto il mio amore, nessuno potrà cancellarlo sai, e ricorda non ti lascio sola e tu capirai, sono nel tuo cuore Livia e lì resterò sempre.” La commozione, in quel momento, prese il sopravvento e le lacrime, trattenute a malapena, si sciolsero, inumidendo le guance della donna, fino a scendere sulle sue labbra, appena schiuse in un accenno di dolce e rassegnato sorriso. Il sapore aspro e salato si confuse con quello dolce e delicato della sua anima che in quell’istante s’innalzava oltre l’infinito, quasi a voler godere di quel sublime attimo che Gianni le stava regalando. Poi, ridestatasi da quella struggente  nostalgia, riprese a leggere: “Le opere umanitarie che,  giorno dopo giorno, ho svolto, hanno  riempito il vuoto che mi procurava la tua forzata lontananza, a volte era così forte il desiderio di te che avrei voluto partire per tornare ad abbracciarti, ma credimi, bastava che incontrassi gli occhi imploranti di un bambino affamato, che mi facevo coraggio  e proseguivo il mio cammino. Qui sono divenuto il padre di molti e prendermi cura di tanti giovani, che il cielo mi ha fatto incontrare, è stato il dono più grande che la vita avesse mai potuto concedermi.  Quando un cataclisma, mia cara Livia, cade su di una casa, gli abitanti corrono a chiedere aiuto ai vicini. Questi potranno essere anche stranieri e non comprendere la lingua delle sfortunate vittime, ma comprendono subito l’urgenza d’aiuto richiesto. Lo stesso spirito di cooperazione è necessario per diffondere il sublime messaggio d’amore universale nell’atmosfera contaminata di questo mondo.  Fra tutti quei giovani ti chiedo di prenderti cura di Alain, il mio “figlio” prediletto, tu non immagini quanto mi sia stato vicino. Tienilo con te, accettalo ed amalo come tu sei capace di fare, è un bravo ragazzo e mi ha promesso che seguirà le mie orme. Presentalo a tutti, soprattutto ai miei cari e capaci colleghi che sapranno sicuramente insegnargli quello che gli necessita. Guardandolo troverai forse anche una parte di me che ancora non ti ha abbandonata. Ti amo Livia e ti amerò sempre, ti sarò accanto,  non temere, sarò la tua dolce forza, per i giorni a venire.Tuo per sempre Gianni.” Livia baciò la lettera, bagnandola di calde e sospirate lacrime, e dopo averla stretta al cuore la ripose  con cura nel plico e con uno slancio d’amore materno si avvicinò ad Alain, lo abbracciò d’istinto, e in un soffio di voce velata, con commosso affetto, gli sussurrò all’orecchio: ”Benvenuto figlio mio!”  

 Paolo Musolino 

16.02.09

Permalink 17:01:14, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 6° Parte

 .

Un turbinio di emozioni invase la mente di Livia. Perché questo sentore di familiarità la pervadeva? Perché il suo cuore batteva forte, così forte, tanto da doversi portare una mano al petto quasi per fermarlo o almeno tranquillizzarlo? Gianni era stato lontano da lei per periodi più o meno lunghi, ma al suo ritorno, mai, aveva accennato o fatto capire, di essersi innamorato di un'altra donna. Eppure... questo pensiero la faceva tremare; vacillava, cercando un appiglio per non cadere. La sua attenzione si portò sui movimenti e la gestualità del ragazzo. Per un attimo le sembrò quasi di vedere Gianni, anche lui chinava il capo in atteggiamento di perplessità, e i suoi occhi, similmente, brillavano nell'incrociare gli altri, mentre il sorriso si apriva dolce e gentile. Come aveva potuto Gianni nasconderle un fatto così importante della sua vita, perché non l'aveva informata? L'avrebbe sicuramente perdonato e avrebbe amato quel figlio come se fosse stato suo. Durante il trascorrere degli anni, più volte Gianni le aveva manifestato il desiderio che lei lo raggiungesse, sperava di riuscire a convincerla, sapeva che anche lei si sarebbe certamente prodigata ad aiutare quei fratelli più sfortunati. Purtroppo ogni volta qualche imprevisto si frapponeva fra loro e così ripartiva da solo, come sempre, anno dopo anno. Eppure ogni suo ritorno a casa era una festa! I loro abbracci prolungati e i baci appassionati non lasciavano trapelare alcun cambiamento in lui. Era sempre il suo amato Gianni, più maturo, questo sì, ma era evidente e scontato: quello che provava, affrontando la realtà di un paese tanto provato per miseria e malattie, non poteva lasciarlo indifferente. Trascorreva parecchi mesi all'anno in Burkina, dov'era stato costruito un piccolo ospedale, donava tutto se stesso alla povera gente del posto, inoltrandosi nei più piccoli e remoti villaggi, dove nessuno osava avventurarsi. Era profondamente colpito dagli sguardi tristi dei numerosi bambini che si aggiravano per il villaggio, scalzi e sporchi. Le mosche non davano tregua, insistentemente si posavano su di loro, portandosi fino alla bocca, anche la presenza delle zanzare veicolo della malaria era un serio problema che andava risolto al più presto con vaccinazioni e assistenza mirata; questo era il cruccio che assillava e tormentava Gianni. La mancanza di Livia al suo fianco con i suoi baci e le sue carezze si affievoliva dopo pochi giorni, era troppo preso ad insegnare alla gente le necessità primarie di cui erano sprovvisti e si che ne avevano un estremo bisogno: vedeva in loro la volontà di apprendere. Lavorò sodo per mesi, per anni. Un giorno, al suo arrivo in uno dei villaggi dove era solito spingersi, gli corse incontro un ragazzino. Due grossi lacrimoni rigavano il suo viso, prese per mano Gianni e lo condusse in una povera capanna realizzata con frasche, rami, foglie e fango. Una giovane donna stesa in un misero giaciglio stava lottando contro una febbre altissima che le procurava convulsioni. Gianni intervenne immediatamente, le abbassò le palpebre scoprendone il biancore, controllò le unghie e le fece un rapido prelievo di sangue per accertare se si trattasse proprio di malaria e, sotto gli occhi del figlio che non lo lasciava mai, si prodigò con i mezzi a disposizione per salvarle la vita. Da quel giorno, il ragazzino di nome Alain, non lo lasciò mai solo. Era sveglio e interessato alla medicina, con l'aiuto di Gianni sarebbe un giorno diventato un "medico scalzo" o medico contadino, ma questo Livia ancora non lo sapeva. Quante cose in pochi minuti la sua mente andava chiedendosi, ma la risposta era lì, bastava aprire il plico e... la sua curiosità, l'incertezza, il timore della verità si sarebbero manifestati in tutta la loro realtà. Di una cosa era certa, qualunque fosse stata la verità... lei amava Gianni e lo avrebbe amato ancor di più, anche se ora l'aveva lasciata sola e per sempre. Con mani tremanti iniziò a strappare la busta.

Saly

.

08.02.09

Permalink 12:58:22, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 5° Parte

  Ma Gianni era anche  la persona più sensibile e generosa che avesse mai conosciuto sulla faccia della terra. Livia lo conosceva molto bene,  sapeva con quanto impotente dolore si era occupato di sua madre quando la malattia decise di non darle più nessuna speranza: giorni e notti  vicino a lei in quella maleodorante, inospitale, e  fredda stanza d’ospedale. Avrebbe voluto trasferirla in una clinica specializzata per il suo tipo di malattia, non sarebbe guarita, ma certamente l’ambiente e gli stessi medici le avrebbero garantito meno sofferenza e una morte più dignitosa. La loro situazione economica era un disastro, non  potevano permettersi un simile lusso. Era riuscito persino a farla sorridere qualche ora prima che se ne andasse via per sempre; un giorno che la trovò particolarmente depressa e sofferente, approfittando del fatto che lui e suo padre erano due gocce d’acqua: identica corporatura possente, ma allo stesso tempo gracile, forse a causa dell’andatura incerta; stessi capelli ricci e neri, bocca sottile e occhi marroni sempre pronti al sorriso, che non era stato affatto difficile per lui farne l’imitazione. Si inginocchiò davanti a lei, le sussurrò parole dolci confessandole timidamente il suo amore, fece il gesto di infilarle l’anello al dito e le chiese di diventare sua moglie. Lei lo guardò riconoscente, sorrise e con un filo di voce disse: “ Si,  per tutta la vita amore mio.”  Suo padre, seduto su un vecchio sgabello, che stava nell’angolo più buio della stanza, tutto ripiegato su se stesso, distrutto e disperato, sollevò per un attimo lo sguardo e si rivide com’era tanto tempo fa’; abbassò le palpebre per evitare che i suoi occhi, senza controllo, sorridessero. Fu dopo la morte di sua madre che decise:  si sarebbe iscritto alla facoltà di medicina e avrebbe trascorso la  sua vita nel  tentativo di  alleviare le sofferenze di chi non poteva permettersi centri e medicine costose. “Nel mondo – diceva - ci sono cieli che non colorano dello stesso azzurro le pareti delle case, alberi che crescono senza cure ed hanno rami così fitti e trascurati che, le foglie appena nate soffocano, e non vedono mai la luce del giorno. Ecco, io vorrei poter sfoltire quei rami del loro peso, e dar vita, aria e luce alle nuove foglie.” Livia non staccava gli occhi dalla sua bocca e lo ascoltava, rapita: tutto di lui condivideva. Lo avrebbe seguito in capo al mondo, se solo glielo avesse  chiesto. Un giorno lo fece, ma quel giorno era, ormai, diventata troppo adulta e ancora più fragile di quanto non fosse mai stata. Non se l’era sentita di rompere la serenità dei bambini ancora troppo piccoli ed abbandonare tutto: casa, lavoro, amici. Non poteva buttare via il sacrificio di una vita. Non ebbe il coraggio di partire per un paese che non conosceva, senza avere la certezza di sapere, in quale angolo sperduto del mondo, sarebbe andata a finire. Gianni  avrebbe potuto, però, realizzare il sogno che le confessò da ragazzo e che fino ad allora  aveva stretto forte nel pugno chiuso dei desideri, soprattutto in certe notti che il cielo riempiva la stanza di luce e di stelle e l’albero che, vollero far crescere vicino al balcone, si animava di vita. Il pugno, lentamente, giorno dopo giorno cedette, e Gianni accettò infine la proposta, e partì da solo verso un piccolo villaggio dell’Africa Occidentale, dove si progettava la costruzione di un piccolo ospedale. Livia promise di raggiungerlo presto, ma non lo fece. Mai avrebbe sospettato che, lei e Gianni, che amava più della sua stessa vita, si sarebbero, un giorno, separati. Mai, neanche in quel momento, mentre stringeva ancora tra le mani il plico che Alain le aveva portato da parte di Gianni. Si, Alain, il ragazzo di colore che  inspiegabilmente, nonostante non l’avesse mai visto prima d’allora, e nonostante il nero della sua pelle, le aveva lasciato addosso una sensazione stranissima, un qualcosa di molto vicino e familiare, ma a cui non sapeva dare un nome e una spiegazione. E pensò ancora una volta alle parole di Gianni. 

         Ileana

.          

31.01.09

Permalink 12:21:10, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 4° Parte

C’è sempre un tempo concluso, un autunno degli intenti. L’adolescenza sconvolgente e appassionata prendeva forma ancora, scalciava come la cagnetta malata di quell’estate torrida. Come la mucca mostruosa, nel parto difficile e negato dagli zii. Tutto così vivo e presente, un brivido per la gonna, sulle sue gambe adulte e fragili…così diceva Gianni, adulta e fragile. Che aveva sempre avuto i caratteri somatici della madre, quella durezza apparente, decisa; quei segni che solo le difficoltà, spesso l’indigenza, lasciano indelebili e fieri. Adulta e fragile, proprio come i suoi baci, come la sua bocca inesperta e timorosa. La sua bocca aggrovigliata a quella di Gianni, più corrotta, più capace. Gianni, perduto in qualche angolo di mondo, come lei del resto. Gianni, che sul serio faceva solo nel fienile, incapace di guardare oltre il suo pieno e immediato desiderio di vita. Gianni, il primo ragazzo che l’aveva vista nuda. Gianni e il bagno nel fossato, lontani, fino a sera, lambendo il fango sulle sponde, nelle narici il forte livore del rosmarino. Ci abitavano altre persone ora, gentili, nell’assecondare una signora un po’ nostalgica, discreti, lontani. Ma pronti ad offrirle un caffè, una sedia sotto la veranda, un fazzoletto per cacciare le mosche insistenti. Dicono gli occhi siano in grado di distinguere un volto lontano chilometri, lei ne era certa, perché distingueva chiaramente le sue fattezze incorrotte, nella cucina di casa, oltre i campi. Ed ora era là che lei andava, nel posto in disuso che, accese le luci, mostrava soltanto persiane ingobbite. Ma Gianni era là, col suo cucchiaio ancora alzato, voltato verso la sua sera, verso i suoi capelli appena lasciati. Smarrita, lasciò che le entrasse una febbre decisa, un caldo di fine stagione, una pena; la stessa che i figli le davano, a volte, nei loro proclami d’amore più acerbo. Lasciò l’aria entrare, scomposta, sudata. Dal tanto vagare in quei prati inconclusi, cercando di mettere ogni cosa al suo posto, compresi i rumori, e gli alberi, e il vecchio cartello stradale. Curandosi affatto degli altri, zittiti; qualcuno l’aveva persino derisa, lo sentiva, ma era così forte quel senso di appartenenza a quei luoghi, che nulla l’avrebbe dissuasa. Una donnaccia, questo avrebbe pensato chiunque nel vederla in quello stato, un’estasi paradisiaca; lei, voltata all’ultimo sole, graffiata quasi da quegli stessi alberi che tanto aveva amato. Tre giorni, soltanto tre giorni, prima di tornare ad essere la premurosa moglie, madre, di tutti. Tre giorni per sé sola, perché anche lei si sentiva un albero ora, un albero in autunno, con la morte apparente nel cuore. Tre giorni per mentire a se stessa, per dire che non l’amava più, che tutto era dimenticato ormai. Perché il tempo è un grande scultore, recitava un verso di una sua amata scrittrice. Quel plico che si accingeva ad aprire era come contenesse il vento del creato; qualcosa che non doveva per nessun motivo andare sprecato. Qualcosa da ascoltare, come le biglie da ragazzina, nelle scatole metalliche del tè. Come le rane nelle sere di agosto, sdraiata nel canneto. La musica della vita, il suono del suo stesso sangue. Si concesse del riposo, dell’intimità; come negare a una signora tanto gentile e graziosa, la ricompensa di muscoli e ossa rinfrancati? Ci sono cose in ognuno di noi che non conoscono leggi, regole, rimpianto. Si ritrovava spesso a pensare a Gianni come a uno di quegli amori da cinematografo. Uno di quegli amori nati all’ultimo minuto, quando il rombo di un motore, lo stridio di un freno metallico, il volo ossessivo di uccelli in un porto impediscono il levarsi cristallino e libero di quel “Ti amerò per sempre” . Gianni era stato per lei un maestro di vita, smaliziato, audace e tenerissimo compagno di giochi, prima; appassionato cultore dell’arte dell’amore, poi. 

Massimo Botturi

.         

23.01.09

Permalink 14:50:54, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 3° Parte

   .

Padre Giacomo Laurentis era il nome scritto sul foglio che Livia teneva tra le dita, seguito dall’indirizzo e dal recapito telefonico della parrocchia del paese. Conosceva molto bene il vecchio parroco, che aveva impartito lezioni di catechismo ad intere generazioni di ragazzini compresa lei, che aveva animato e portato avanti l’oratorio per anni quando lei e Gianni erano giovani ed appassionati, che aveva celebrato il loro matrimonio trentacinque anni prima, che ora avrebbe sicuramente saputo aprire le braccia e confortarla. Ma Livia non voleva essere confortata, non ancora. Guardò il giovane di fronte a lei chiedendosi come mostrargli la strada perché potesse arrivare alla chiesa dove avrebbe trovato Padre Giacomo, poi decise benché contrariata, che era molto più semplice accompagnarlo, e gli fece un cenno che voleva dire “aspettami”. Il ragazzo sorrise ed annuì. Livia rientrò in casa, si sciacquò il viso nel piccolo bagno del piano terra e cercò di ravviarsi i capelli. Lo specchio sopra il lavabo le rimandò l’immagine del suo volto sessantenne, in quel momento segnato e stanco ma ancora attraente, incorniciato da una nuvola soffice di capelli striati d’argento, gli occhi scuri. Si perse per un attimo nei suoi stessi occhi, ricordando perché era tornata in quel luogo. Ad un mese dalla morte di Gianni un oceano di emozioni più disparate muoveva le sue acque in lei. A volte erano piccole increspature coperte di schiuma bianca leggera, come un appunto uscito da un cassetto con la scrittura di Gianni, l’odore dei suoi vestiti, il suono della sua voce che le echeggiava dentro. A volte erano onde di burrasca, come il dolore che le artigliava il petto quando si svegliava da sola, la notte nel loro grande letto, o la rabbia feroce contro quell’uomo che l’aveva amata e che aveva amato per tutti quegli anni, una rabbia ingiustificata ma vivissima per quell’abbandono. L’unico, ma così definitivo. Aveva cercato una zattera che la salvasse dall’annegare in quell’oceano, ed aveva deciso di ritornare al punto di partenza, quelle strade dove tutto aveva avuto inizio, quell’albero, quel giardino, quella gente che li aveva conosciuti da ragazzi, quella casa di famiglia dove lei e Gianni avevano trascorso tanto tempo da giovani. Poi il vento della vita li aveva condotti lontano, erano tornati qualche anno d’estate quando Gianni non era in viaggio per lavoro, e negli ultimi anni, più di dieci, si erano soltanto riproposti di farlo senza mai mettere in pratica il progetto. Livia si riscosse, il ragazzo la aspettava. Mise le scarpe, prese la borsa ed usci dal cancello. Lui le sorrise e la seguì fiducioso zoppicando, trascinandosi dietro la bicicletta ed il piccolo cane scodinzolante. Il tragitto era breve, arrivarono alla parrocchia in dieci minuti attraverso una vecchia scorciatoia. Padre Giacomo era nella piazza di fronte alla sacrestia e stava aprendo la portiera della sua auto. Si fermò nel vedere Livia, ed il volto largo gli si aprì in un sorriso radioso che scaldò il cuore della donna. «Mi avevano detto che eri arrivata, hai fatto bene a venire a salutarmi. Per te io sono sempre qui» le disse il vecchio prete stritolandola in un abbraccio proporzionato alla sua mole imponente. Livia lo salutò, si affrettò a spiegargli che non era lì per parlare di sé, almeno non ancora, e gli presentò il ragazzo di colore raccontandogli l’episodio appena accaduto. Padre Giacomo intavolò una breve conversazione con lo straniero, parlando in francese, lingua che Livia non conosceva. Il sacerdote ascoltava le parole dell’altro con un’espressione sempre più sconcertata, e quando le parole finirono rimase in silenzio per qualche minuto. Poi si rivolse alla donna. «Livia…non capisco…questo ragazzo dice di chiamarsi Alain e viene dal Burkina. Dice che l’ha mandato Gianni. Dice che ha saputo che Gianni è morto, ed è qui per consegnarti ciò che lui ha lasciato per te. Tu non ne sai nulla, immagino» chiese titubante guardandola attentamente. Lei non rispose. Sentì la voce di Gianni pronunciare una delle frasi che gli aveva sentito dire più spesso, e per cui lei lo aveva amato ancora di più: ogni cosa accade perché un filo sottile ed invisibile la lega a mille altre, e tutti i fili insieme formano la trama di un disegno bellissimo di cui a volte non si coglie il significato…ma c’è sempre. 

Elena Gastaldi 

.

15.01.09

Permalink 14:45:36, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 2° parte

 .

Rientrò in casa, sopraffatta da un’ emozione forte e travolgente, si sedette, la testa tra le mani,  come per dare al suo animo il tempo di riprendere fiato, di gestire e rielaborare tutto quel rimescolarsi di ricordi vivi, di sentimenti contrapposti che, in quel luogo, si risvegliavano  in lei dopo tanto tempo. Dopo aver fatto trascorrere il tempo senza fretta, ferma anche col corpo, il respiro  ridotto al minimo, si riprese, sentì il bisogno di bere un sorso d’acqua. Si avvicinò alla cucina piccola e ordinata, talmente ordinata e asciutta da sembrare spoglia e priva di calore, come i posti inabitati da tempo. Nell’aprire l’armadio, nel prendere il bicchiere prima di far scorrere l’acqua, un foglietto cadde per terra. Posò il bicchiere e lo raccolse, era sgualcito ma leggibilissimo, lo scorse e sorrise: si ricordò della prima volta che fecero insieme qualcosa di inusuale, una torta di mele. La chiamarono poi, da allora e sempre, nel loro lessico familiare “la torta al metro” poiché, essendo privi di bilance, avevano misurato le dimensioni dei cartoni della farina e dello zucchero con una squadretta da disegno, diviso le lunghezze in tre parti e avevano utilizzato i due terzi di tutto, e mai un dolce uscì più squisito e, ridendo di se stessi, come bambini golosi, si erano rifiutati di portare un pezzo di quella torta all’amica che aveva dato loro la ricetta, vergognandosi un po’, ma allo stesso tempo divertiti e infantilmente complici in quel piccolo gesto di egoismo. Ripose la ricetta e bevve l’acqua a piccoli sorsi. Istintivamente andò ad accendere la luce, perché la sera scendeva ogni giorno un po’ prima e ci si inoltrava verso il freddo e il buio. Si accorse allora che l’interruttore generale era staccato ed uscì nel giardino per rimetterlo in azione: si trovava vicino al cancello centrale, dentro il suo abitacolo in metallo di cui dovette forzare lo sportello perché si aprisse.  Fu in quel momento che udì uno scalpiccìo nella strada e poi un latrato che la fecero sobbalzare per l’ansia e la sorpresa e, in un attimo, si rese conto che,  fuori da quel cancello, la vita aveva e avrebbe continuato a scorrere senza alcun riguardo nei confronti dello scombussolamento della sua. Vicino al cane c’era una bicicletta rovesciata per terra e, per terra, un uomo che si teneva fortemente una caviglia tra le mani, come se avesse male, anche se non si udì alcun lamento. A lei non  pareva giusto staccarsi dalle proprie emozioni per occuparsi di qualcuno, perciò non andò fuori, ma non riuscì neppure ad ignorare cosa stesse accadendo e, nonostante il vento, continuò a guardare da dietro il cancello chiuso. Il cane intanto andava e tornava tra il padrone e l’unica persona che in quel momento era presente, lei. L’uomo alzò la testa in direzione del latrato del cane e la scorse. Livia aveva una timidezza innata,  un grande riserbo nei confronti delle sue vicende personali ma, allo stesso tempo, aveva una sensibilità acuta che, suo malgrado, la costringeva sempre a relazionarsi con gli altri, soprattutto quando era palese uno stato di disagio. Si avvicinò di più al cancello, senza tuttavia aprire e, rivolta verso l’uomo, cercò di capirne il linguaggio.Era uno straniero: agitò una mano in segno di saluto o di sollievo, o di richiesta di aiuto e in qualche modo mostrava di essere molto contento che Livia si trovasse lì. Era un uomo ancora giovane, per quanto provato e, zoppicando come potè, si avvicinò sempre più a lei  e allora fu chiaro che aveva proprio bisogno di aiuto. Si esprimeva come poteva e d’un tratto lo vide frugare nelle tasche e, da una di esse, trasse fuori un foglietto con un indirizzo e un numero di telefono e glielo porse.  Livia provò un tuffo al cuore, una sensazione come di sacrilegio mentre prendeva in mano il foglietto, prestando attenzione a quella persona estranea, proprio nel momento in cui la sua vita e i suoi ricordi si andavano chiarendo e snodando e non senza fatica: eppure quest’uomo, con la sua semplice presenza, col latrato del suo cane che ora si era calmato, le fecero capire che un presente urgente la chiamava, un presente che non cancellava affatto il passato, semplicemente si congiungeva ad esso in un unico filo.

Irene Klein

.

07.01.09

Permalink 15:04:51, Categorie: Intermezzo d'Autunno  

Intermezzo d'Autunno - 1 parte

 .
.  .
.
Quanto tempo era passato! Anni che non entrava in quella stanza, il ricordo era ancora vivo, ne sentiva il tepore sulla pelle, così familiare. Non era cambiato niente in lei, era una trepida fanciulla che pulsava per una qualsiasi emozione e che la sera temeva il buio come se le rubasse attimi preziosi della sua folle corsa incontro alla vita. L’aveva assalita, improvvisa, la smania di tornare in quella vecchia casa di mattoni rossi che l’aveva vista felice, preda di una spensierata giovinezza. Se chiudeva gli occhi risentiva le grida delle sue compagne, rivedeva i loro volti mentre la pregavano di raccontare un’altra delle sue storie, come solo lei sapeva fare. Ritrovò il suo quaderno tutto sgualcito ma ancora vivo e palpitante di pensieri; tutto era in ordine, solo un velo di polvere ricopriva la scrivania e il centrino ormai ingiallito reclamava una bella rinfrescata. Uscì fuori, il giardino silenzioso, odorava di erba fresca, avrebbe voluto gridare per interrompere il vuoto che l’attanagliava in una stretta morsa, solo il lento tramestio di foglie secche, cadute e ammucchiate da troppo tempo accompagnavano i suoi passi. L’autunno era già arrivato, puntuale ed aveva spogliato l’albero di melo che adesso mostrava sconfitto i rami nudi e fragili. Lo guardò ed una lenta e imprevedibile emozione l’avvolse interamente, facendola trasalire, si avvicinò tremante e le sue dita fremevano mentre si posavano sul tronco a carezzare quel cuore inciso sulla corteccia, appena visibile, solo i nomi Livia e Gianni erano leggibili, li palpò e sentì che adesso le stavano danzando davanti come fredde lame, le pareva che volessero trafiggerla, tanto le rimbalzavano addosso. Non aveva fatto altro che fuggire in tutti questi anni e adesso era tornata indietro, convinta di aver imparato bene la lezione, sicura di prendersi una rivincita con se stessa. Che strana tela le tesseva il destino! Certa di avere sepolto la dolce illusione, si ritrovava con la stessa nostalgia, era immutato anche il desiderio; gli anni passati erano rimasti chiusi in un guscio intatto, si scioglievano al contatto dell’aria frizzantina e limpida. Sentì un ciottolo sotto i piedi e subito prese forma la scena scolpita sul muretto, ancora intatta dopo tutto questo tempo: la sua voce profonda, i suoi occhi inquieti e taglienti, il suo respiro calmo aleggiavano intorno, persino i passi risuonavano, strascicati sulla ghiaia. Gianni era ancora lì, pronto ad abbracciarla, bastava chiudere gli occhi ed il gioco era fatto, poteva sentire il calore del suo corpo, poteva sentire la stretta inconfondibile della sua mano, poteva sentire calda e penetrante la carezza delle sue labbra sul collo.
.
  Roberta Bagnoli
.
.
.

10.12.08

Permalink 10:43:57, Categorie: Narrativa  

Copertina

 

Gentili Autori

Il titolo del 1° racconto è:
Intermezzo d'Autunno

Per questo primo racconto ci limiteremo a dare solo un titolo come "incipit". Con la pubblicazione del primo brano si conosceranno l'ambientazione e i personaggi che saranno appena tratteggiati, sarà quindi compito degli scrittori che seguiranno, definirne i contorni. 

Riguardo lo stile di ogni autore, pur rispettando le differenze stilistiche, è bene fare in modo che ci sia una certa omogeneità tra i brani, perchè il risultato finale sia il più armonico possibile. Grazie.

Buona scrittura e buon divertimento a tutti!

La Redazione

.

  Autori partecipanti:
..
 -  Roberta Bagnoli
 -  Massimo Botturi
 -  Michele Flocco
 -  Aster
 -  Giovanna Bonafede
 -  Giovanna Giordani
 -  Saly
 -  Rosella Rapa
 -  Elena Gastaldi 
 -  Paolo Musolino
 -  Daniele Picciuti
 -  Stella
 -  Irene Klein
 -  Lara Swan
 -  Ileana
 -  Giovanni De Simone 
 

.

La lista verrà aggiornata
man mano che arriveranno le adesioni.
Il termine ultimo è il 16-12-2008
Grazie a tutti!
 

Permalink 10:37:37, Categorie: Contattaci  

Contatta la Redazione

La Redazione di "4 Passi in un racconto" accoglierà con piacere, anche contributi esterni, riservandosi di decidere se validi ai fini della nostra iniziativa e si avvarrà dell'aiuto di alcuni collaboratori.
Chi volesse collaborare o far parte del gruppo di autori di "4 PASSI", a titolo assolutamente volontario e gratuito, può contattarci via email. Grazie.

  Contatta la Redazione

<< Pagina Precedente :: Pagina Successiva >>

Settembre 2010
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
 << <   > >>
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30      

4 Passi in un racconto

·•-----------------------------•· Questo blog intende offrire, a tutti voi, la possibilità di interagire, creando, come immagini composte, dei piccoli racconti. I pezzi, combinati tra di loro, danno la possibilità di creare un'infinità di motivi, in questo modo si può esprimere, al massimo, la propria creatività. Una specie di staffetta, con l'intento di stare tutti insieme, con la fantasia, con i sogni, con le emozioni. ·•-----------------------•·

Cerca

Altro

Feeds XML

What is this?

powered by
b2evolution