“Mi fa male vedere una donna piangere”. Queste parole fluttuavano insistenti nella mente di Livia e sentiva il loro assalto prepotente alle pareti del cuore. “Mi ha sorpresa in un momento di grande emozione e fragilità; credevo di essere sola,” - si disse, - asciugando le ultime lacrime con il fazzoletto appena ricevuto in dono e cercando di domare i capelli che un vento dispettoso si divertiva a scompigliarle. Tornò a leggere il bigliettino: Rolando Bianchi Via G. Pascoli, 33 Savignano. Sì, abitava proprio nel suo paese. Era una via di periferia dove, negli ultimi vent’anni, avevano costruito delle graziose villette a schiera. Indugiò ancora un attimo con lo sguardo sulla fotografia di Gianni e lasciò quel luogo di pace, dolore e silenzio incamminandosi sulla via del ritorno. “Povero cuore mio, sii forte - ripeteva fra sé - nonna! Devo abituarmi all’idea gradatamente.” Poi, con una leggera strizza al cuore, pensò alla sua “bimba” più grande, Flora. La più ribelle, testarda, ma della quale Livia conosceva bene la sofferenza per la lontananza del padre e per questo non era mai stata capace di essere troppo severa con lei. Flora le aveva dato parecchio filo da torcere anche con la scuola. Non sopportava la matematica, ma fortunatamente riusciva bene nelle materie letterarie ed alla fine era riuscita a laurearsi in Lettere e Filosofia. Ma ciò che procurava dispiacere a Livia era il fatto che Flora abitasse in una città così distante da lei. Conviveva da qualche anno con un pittore che aveva conosciuto durante una vacanza al mare con le sue amiche. Ogni tanto la sentiva al telefono e le sembrava serena. Almeno questo la tranquillizzava. Era riuscita a trovare lavoro come insegnante di italiano e questo le permetteva l’indipendenza economica. “Seguiranno il loro destino - si diceva Livia - io le ho cresciute ed accudite con tutto l’amore di cui sono stata capace, adesso posso solo sperare che anche la fortuna dia il suo contributo.” Mentre era assorta nelle sue riflessioni, adocchiò una panchina all’altro lato della strada e si accinse impulsivamente ad attraversare per raggiungerla, ma uno stridio di freni la impietrì dopo pochi passi mentre da una Panda rossa un giovane uomo l’apostrofava: “Ehi, bambola, impara ad attraversare la strada!” Livia raggiunse di corsa la panchina dove si accasciò tutta tremante. La Panda ripartì sgommando e Livia cercò di riaversi dallo spavento per riprendere il filo dei suoi pensieri. Estrasse lo specchietto dalla borsetta ed osservò i suoi capelli ramati di fresco che le davano un’aria sicuramente più giovanile. Le sottili rughe, che disegnavano sul suo bel viso il trascorrere degli anni, si potevano notare solo a distanza ravvicinata. Si scoprì a convincersi, con una punta di civetteria insospettata, che era una donna dall’aspetto ancora gradevole con il suo fisico alto e slanciato e le sue labbra si atteggiarono a un leggero sorriso pensando a quel “bambola!” Poi il pensiero ritornò a Rolando. Cercò di ricordare il suo volto. Quegli occhi. Un lago blu pervinca sulla cui superficie si poteva scorgere il baluginio di profondi tesori nascosti. “Il dolore dell’anima può essere sconfitto solo attingendo ai tesori del cuore” - si ritrovò a meditare Livia. - “Quell’uomo ha saputo trasformare l’arido deserto della sofferenza in un giardino di fiori. Desidero tanto che Alain guarisca. La medicina fa passi da gigante, per fortuna, e sono certa che Simone lo seguirà con la sua proverbiale premura e professionalità. Alain non sarà mai abbandonato da noi. Io rimarrò qui. E poi credo proprio che offrirò il mio aiuto a Rolando nella sua Associazione che necessita di insegnanti volontari. Le mie figlie ora sono donne e non mi abbandoneranno, ne sono sicura. Metterò loro a disposizione l’appartamento in città. Chissà che un giorno o l’altro Flora non ottenga un trasferimento e possa venire ad abitare qui vicino con il suo compagno. Io mi trasferirò definitivamente nella mia amata casa in questo paese e aspetterò con trepidazione le loro visite; preparerò i dolcetti per i miei nipotini e….. per i ragazzi di Rolando, certo.” Sorrise a questi pensieri che le davano una piacevole eccitazione. Una ventata leggera la fece rabbrividire. Si strinse nella sua giacca di lana e si guardò intorno. I colori dell’autunno erano una festa per gli occhi. Il sole sembrava divertirsi con i suoi barbagli dorati fra gli alberi. La pianta rampicante copriva il muretto ai bordi del viale come un manto soffice e vermiglio. “Che meraviglia - riflettè Livia - le stagioni si alternano con la loro bellezza e ci accompagnano fedeli e discrete nel nostro cammino in simbiosi con le nostre gioie e dolori. Perché noi siamo come loro: soffriamo per il freddo dell’inverno, ma sentiamo anche il delicato bussare della primavera ed è allora che ci accorgiamo del germogliare nella nostra anima di qualcosa che credevamo sopito per sempre mentre una musica nuova sopraggiunge da recondite atmosfere ammaliando i nostri cuori e donando loro nuove ali. Sì, credo sia giunto anche il momento di riprendere a scrivere. Scrivere, la mia antica passione forzatamente messa a tacere da tanto, troppo, tempo. Ora credo proprio di aver immagazzinato un sacco di materiale da raccontare. Ma dovrò anche stare più attenta ad attraversare le strade!“ Alzò gli occhi al cielo. Era limpido e turchese da togliere il fiato. Se ne lasciò inebriare assaporando un’inaspettata sensazione di pace. “Grazie” - sussurrò. Quindi si alzò lentamente e si avviò verso casa.
Giovanna Giordani
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