
La mia identificazione fisica, formato
tessera
definisce lo spazio che appaga l'occhio
- Interesse
La mia identificazione spirituale, formato libero
definisce lo spazio che appaga l'anima
+ Interesse
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Giovanni
De Simone è nato a Roccarainola (NA).
Docente d’Educazione Fisica in pensione,
vive a Traona (SO). E’ stato ideatore e
curatore di concorsi scolastici ed
extrascolastici di poesia, sport ed arte
varia a carattere locale, provinciale e
regionale. E’ poeta, scrittore e
pittore. Per la poesia e per la prosa ha
partecipato a diversi concorsi e
manifestazioni ottenendo ottimi
risultati. E’ presente in antologie, in
siti letterari, in riviste, in giornali,
in agende poetiche e cataloghi d’arte.
Ha pubblicato quattro raccolte di
poesie: “Gocce”, “Poesia …e sia”, “Io &
Tu – Tu & Io” e “Per chi cantano i
pesci?”. Per la pittura ha presentato le
sue opere in mostre collettive e
personali italiane ed estere.
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EMOZIONI LIRICHE NELL’OPERA DI GIOVANNI
DE SIMONE
La prospettiva critica entro la quale
collocare la pittura di Giovanni De
Simone è particolarmente difficile da
definire: prima facie si potrebbe
classificare la sua modalità creativa
come sorte di “variazione sul tema”
nell’ambito dell’informale ma poi,
questa definizione appare subito
insufficiente ed asfittica.
E’ insufficiente, giacché le istanze
produttive che vengono suggerite ed
avanzate da Giovanni De Simone vanno al
di là dello specifico ‘materico’ che
connota e distingue la temperie
informale; è asfittica, poiché il
respiro psicologico ed etico che rimane
sotteso alle opere del Nostro non
sopporterebbe di essere ingabbiato entro
uno spazio stilistico che non fosse
capace di lasciare espandere gli ansiti
‘concettuali’ che richiedono al fruitore
un rapporto attivo e non una mera
soggiacenza ammirativa.
Ecco, allora, profilarsi, tre direttrici
di pensiero che possono far da guida
nell’accostamento – necessariamente in
punta di piedi – alla pittura di
Giovanni De Simone: la linea informale,
il profilo concettuale, la vibrazione
espressionistica. Questo terzo aspetto,
la vibrazione espressionistica, qui
introduciamo come individuazione di una
ragione stilistica che ci riveli la
natura profonda di quello spessore
timbrico cui l’artista affida la
pregnanza rivelativa del suo pensiero.
Confortati, poi, dal pensiero di Giorgio
Castelfranco, che ha dimostrato –
parlando degli esiti della ‘Scuola
Romana’ – come sia possibile la
convivenza apparentemente inspiegabile
di motivi tonali in un contesto
espressionistico, ci sentiamo più sicuri
e sereni nel riconoscere nell’opera di
Giovanni De Simone queste tre componenti
che abbiamo appena enucleato e
nell’osservarne la coesistenza armonica
senza che l’ossimoro apparente ed
emergente denunci, in realtà, una
patente contraddizione in termini.
Abbiamo, comunque, però, nel rispetto
del paziente lettore che ci segue,
bisogno d’additare un elemento
catalizzatore, un filo d’Arianna che ci
guidi e che ci sembra di poter
ragionevolmente suggerire nella
sensibilità lirica che pervade tutta
l’opera del Nostro, facendone un
prezioso ricamo, in cui la tramatura
ineffabile si fa ordito ispessito e
resistente non in virtù
dell’aggrovigliata matassa dei nodi, ma
dell’intreccio ordinato dei fili e della
logica profonda che presiede un progetto
di più ampio respiro.
Logica e materia, ispessimenti ed
accentature timbriche e, a reggere il
tutto, l’esigenza lirica di un pensiero
che si diffonde in un empito espansivo
senza confini e senza gli ostacoli della
contingenza.
Ad osservare il percorso creativo, dal
1964 ad oggi, di Giovanni De Simone che
consta di 14 cicli, la fonte (quella del
fratello e di amici), che lui afferma di
averlo “dissetato”, lo ha, piuttosto,
nutrito ed esaltato nel suo sentire
profondo, allineandone le ricerche
personali ad una formulazione discorsiva
il cui portato eidetico non fosse
frastornato da un esemplarismo
catturante, ma stimolato, bensì, a
lasciar germinare, juxta propria
principia, tutto il patrimonio di
esperienze e sensibilità personali man
mano accumulate.
La scelta dei materiali, la curiosità
intellettuale, lo spirito di
investigazione e il pensiero che urge a
dire con forza le cose che s’hanno
dentro, sono in Giovanni una
rimeditazione ripensata e addolcita. Le
sue stesse parole, sul punto, appaiono
illuminanti: “Lunghi periodi di stasi,
dovuti a diverse situazioni, mi hanno
permesso di graffiare l’azzurro del
cambiamento e della riflessione”.
Queste parole ci risuonano
straordinarie. C’è la violenza
aggressiva del graffio che si diffonde
nell’azzurro del cambiamento e la
riflessione è il letto del pensiero in
cui le idee riposano e lasciano
germogliare i propri virgulti. C’è
un’opera, in particolare, di Giovanni,
del 1970, Poesia, che propriamente si
dovrebbe iscrivere nel contesto della
‘Poesia Visiva’ e che a noi pare di una
delicatezza estrema pur nella cruda
violenza che denuncia e di cui
testimonia il portato. In essa, il
profilo d’un volto appena tracciato da
una linea continua s’avvia con la parola
“La speranza”, dalla cui coda della “a”
si diparte il segno che descrive il viso
indicato ed alla fine del percorso,
laddove il mento finisce nella linea del
collo, seguono le parole “L’ultimo filo
che ci unisce si è spezzato”. Ci coglie
il rammarico profondo di non aver avuto
conoscenza di Poesia 1970 qualche anno
fa, in occasione d’una nostra disamina
storica sul tema dei linguaggi ‘verbo-visivi’,
poiché, volentieri, avremmo scelto di
fare di quest’opera intensa e
profondissima il filo conduttore del
nostro discorso. In ritardo, provvediamo
da queste righe a rendere ragione di
tutto ciò e a denunciare la nostra
ignoranza, rammaricandocene
profondamente. Come non riconoscersi,
d’altronde, nell’esperienza lacerante di
un ultimo filo che si spezza per sempre
separandoci senza rimedio da ciò cui
eravamo uniti.
In una visione d’insieme, le opere di
Giovanni De Simone ci rivelano anche
qualche altra cosa: un lungo ed
argomentato percorso di riconoscimento
di sé, il tentativo di narrarsi a se
stesso, di fare della pratica dell’arte
il luogo dello specchiamento interiore e
del ritrovamento della coscienza.
In tale prospettiva, evidentemente, il
risultato che il Nostro raggiunge appare
ancor più prezioso ed utile per aiutarci
a ritrovare noi stessi. L’arte, dalla
notte dei tempi, replicando lo stupore
di Narciso di fronte alla propria
immagine riflessa, aiuta a capirci e
l’artista sa guardare con intensità ed
anticipo rispetto agli altri ed alle
folle.
L’arte è sempre un intervento ‘sociale’,
ma è ‘arte nel sociale’ se non si limita
a narrare, ma sa coinvolgere e
promuovere nel fruitore il bisogno di
spendersi e di darsi. Anche in ciò, le
idee che propone Giovanni De Simone col
suo percorso creativo si intrecciano in
un prosieguo appassionato d’un discorso
fecondo ed ideale in cui le esperienze
si intersecano senza confondersi e
limitarsi a narrare.
In via di chiudere questo nostro
suggerimento di lettura, che proponiamo
sommessamente al benevolo lettore,
vorremmo richiamare, infine,
l’attenzione, rimarcandone il portato,
sull’intensità lirica degli accenti
creativi dell’opera di Giovanni e lo
facciamo sottolineando quella
spontaneità sorgiva che la distingue e
quel diffondersi del colore per
campiture ordinate, talvolta esaltando
una profilatura geometrica del tratto,
talvolta lasciando che gli strumenti
esecutivi si muovano seguendo una sorta
di volo delle farfalle, depositando qua
e là le reliquie preziose dei materiali
che Giovanni predilige e che sono quelli
stessi che la vita di tutti i giorni ci
elargisce senza che noi sappiamo
apprezzarne dovutamente i messaggi che
sanno veicolare parlando a chi sa
ascoltarne la voce. Sono questi tracce
di cenere, fondi di vino, fondotinta,
carte intrecciate, alcol, zafferano,
smalto per unghie, graffi, tagli,
cancellazione, caffè e quant’altro.
Non c’è gusto del minimalismo; non ce
n’è, neppure nelle dimensioni delle sue
opere, talvolta piccolissime o nella
scelta di materiali come la carta che
Giovanni candidamente confessa di
preferire alla tela “perché più facile
da trasportare nel mio peregrinare
valtellinese”. Giovanni pellegrino in
Valtellina, come un pellegrino del Sud
che ha portato con sé tutto il carico
dei sentimenti della sua terra
d’origine, sapendo fare esperienza di
vita, al tempo stesso, e sapendo
arricchire con il rapporto umano
l’intensità della coscienza.
Rosario Pinto
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LA RAPPRESENTAZIONE
PITTORICA DI GIOVANNI DE SIMONE
IN SCENA: I PICCOLI “REPERTI” DI
CARTA COLORATA
dal mare di carta tagliata
i colori trovati
incollati liberi nello spazio
placano l’anima
(Giovanni
De Simone)
L’opera d’arte è il luogo
della libertà, ma anche il
luogo della
“rappresentazione”.
Rappresentazione,
semplicemente, di tutto ciò
che si vede, si sente e si
tocca o del suo esatto
contrario.
Io ho sempre “immaginato”
che il mondo dell’arte
terminasse proprio così: il
vialone dei sogni diventa il
sentiero estremo… concluso,
là in fondo, dalla barriera
di tanti colori intrecciati.
E su questa barriera un
cartello, al vento, con su
scritto: “FINE DEL MONDO”
VIVE.
Ecco detto; mi sono tolto il
malessere, il timore (di
fratello pittore) di
organizzare il giusto
approccio alle opere
pittoriche di Giovanni De
Simone. Ora mi trovo davanti
a loro in una condizione
d’autentica libertà.
Diversi sono i cicli di
lavoro di Giovanni. Ogni
ciclo ha una sua tematica,
ma hanno tutti un unico filo
conduttore: rappresentare la
pittura e l’essenza delle
cose. E’ un percorso il suo
che parte dall’anno 1964 con
il ciclo “Forme e colore” ed
arriva a tutt’oggi con due
cicli: ”Micropere” e “Colore
trovato”. Questi ultimi
cicli sono quelli che hanno
“fatto centro” e colpito di
più il mio credo pittorico.
Descrizione:
Supporto di cartoncino
riciclato di cm. 4,5 x 4,5
o cm. 9 x 13: piccole opere
realizzate con materiali
vari e con frammenti di
carta colorata presi qua e
là, e deposti in un
“cofanetto” con sopra
scritto “dare vita”.
Risultato:
Opere di forme ora
dure come la pietra ( penso
alla pietra lavica del
Vesuvio), ora molle come il
sangue di dimenticate
ferite; c’è l’innesto di
questi piccoli reperti di
carta ed il sapore del
pane di grano maturato sotto
il sole partenopeo, ci sono,
a volte, forme sfumate come
la campitura azzurra di un
cielo di Leonardo. Ogni
relazione tra segno e
“cose”, tra segno, materia,
luce ed ombra è ottenuta
senza uso del pennello o del
colore. La presenza del
colore, se c’è, è ridotta
all’essenziale. In scena, in
ogni caso, ci sono loro: i
piccolissimi frammenti di
carta colorata. Sono loro i
veri protagonisti della
rappresentazione pittorica
E tu Giovanni, così facendo,
d’accostamento in
accostamento, di
sovrapposizione in
sovrapposizione, metti a
nudo la fragilità e la
“morte” delle cose trovate,
non per rappresentare la
morte dell’Arte ma per
prendere coscienza e
rappresentare la sua
eternità.
Vincenzo De Simone
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Giovanni De Simone – L’arte per il mondo
e il mondo per l’arte
Il mondo è per tutti come una finestra
chiusa che aspetta di essere aperta e
dalla quale ognuno osserva gli eventi
creando il suo personale ed unico punto
di vista. L’artista si spinge molto in
più in là, poiché interpreta ciò che
accade intorno a noi e dona sostanza
visiva al suo pensiero suscitando
emozioni che tutti possiamo condividere.
Su questa base, il coinvolgimento
emotivo del fruitore, poggia le basi la
ricerca che Giovanni De Simone compie
intorno alle sue opere. Il suo lavoro
può perciò definirsi compiuto e ripagato
degli appassionati sforzi impiegati nel
processo creativo nel momento in cui chi
osserva l’opera dona ad essa un
significato. In questo modo l’atto del
vedere diventa la scintilla che dà vita
ad un dialogo in cui si riflette il
valore sociale dell’arte e la sua
vocazione ad unire le persone nella
condivisione sincera delle idee. La
domanda da porsi quando ci si confronta
con un’opera di De Simone è perciò: “Che
cosa vedi?”. Di conseguenza l’arte è
veramente tale quando è espressione del
nostro stato d’animo e suscita in noi
una reazione percettiva.
Partendo da tali premesse concettuali
l’artista, guidato da preciso rigore di
coscienza critica, esplora le
potenzialità espressive dei suoi
soggetti con singolare libertà creativa,
dando vita ad un’arte svolta sul filo di
un personale e inedito sentiero
iconografico. Dal momento che “Tutto si
crea e nulla si distrugge” è la vita
quotidiana ad offrire all’estro creativo
di De Simone i mezzi necessari per
definire il proprio linguaggio visivo.
Il lavoro può cominciare da un frammento
di carta colorata, dall’incarto di un
cioccolatino, dalle ceneri delle
sigarette; tanti sono i materiali che ci
vengono spontaneamente incontro la cui
espressività assopita risuona grazie
alla “voce” del pittore: zafferano,
acetone, smalto per unghie, fondo tinta,
lastre radiografiche; “dal mare di carta
tagliata / i colori trovati / incollati
liberi nello spazio / placano l’anima”.
Manipolando e assemblando il materiale
raccolto l’artista risponde ad
un’urgenza creativa che non si richiama
ad una commissione o ad un incarico
assunto, ma che è invece
appassionatamente sentita, volta a
catturare le immagini associate ad un
pensiero e a rappresentarle dando ad
ogni stimolo creativo una risposta unica
che mai si ripete .
Giovanni De Simone crede nel dialogo e
nello stare insieme ed è un artista
vicino al suo fruitore, al quale
comunica con spontaneità emotiva non
solo tramite le immagini, ma anche
grazie alle parole. E proprio
quest’aspetto contribuisce a delineare
la sua fisionomia poiché egli parla
delle sue opere: le schede di
presentazione dei quadri sono arricchite
da frasi e pensieri con cui l’artista,
che è anche scrittore e poeta, si
rivolge ai destinatari dei suoi lavori,
ai quali comunica il perché del quadro,
il senso che lo accompagna, in un
connubio di immagini e parole che danno
vita ad un intervento che è allo stesso
tempo narrativo e simbolico. Parole e
immagini sono perciò argomenti tanto
integrati gli uni agli altri da non
poter essere considerati singolarmente:
l’atto interpretativo che sorge dal loro
accostamento è la chiave di lettura
delle opere. La sensibilità artistica,
unita ad un’attitudine di indagine
stilistica, guida la mano dell’artista
che trasforma un atteggiamento
riflessivo e critico in un’opera
creativa nella cui sostanza la poesia è
immagine e l’immagine poesia.
Questa linea di pensiero è portata per
mano dal desiderio di veder partecipare
le persone non solo mediante
l’osservazione dell’opera compiuta, ma
anche tramite le suggestioni indotte da
una meditazione intensa e partecipe
intorno ai titoli dei cicli,
particolarmente evocativi (Colore
trovato, Fascino di china, Fondo
dell’anima, …in fumo). Ogni ciclo ha
così un suo titolo, ma le opere che lo
compongono ne sono prive: in questo modo
esse sono lasciate all’animo del
fruitore e alla sua libera
interpretazione. Questa ricerca
concettuale ci apre gli occhi: l’arte è
vedere e, allo stesso tempo, pensare.
Alberto Bonacina
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