IL MALE Il corvo attese pazientemente il calare della notte, badando a restare nascosto tra il fitto fogliame delle siepi: se qualcuno lo avesse scorto aggirarsi tra i bianchi colonnati di marmo, o tra le aiuole rallegrate da una moltitudine di fiori profumati, lo avrebbero scacciato senza pietà. I giardinieri non si sarebbero fatti scrupolo di turbare i soldati, esortandoli a colpire con le frecce delle loro precisissime balestre l'uccello simbolo di sciagura. Ad animali così brutti e sgraziati non era concesso alterare l'armonia dei giardini: fringuelli, pettirossi, colombe ed usignoli, per la bellezza dei loro colori e l'armonia del canto erano nutriti e vezzeggiati; ma il corvo no. Il corvo doveva fuggire. Normalmente l'uccello nero non avrebbe osato avvicinarsi tanto: ma la regina era furiosa, irritata con se stessa e con il mondo intero, e non aveva avvertito l'infausta presenza. Il sole calò dietro le colline in fiore: pian piano le ombre si fecero più fitte ed il cielo si tinse di scuro: giunsero le nubi, e coprirono il pallido chiarore della luna. Nel regno dei Colli Fioriti la pioggia cadeva soltanto di notte, quando gli uomini erano addormentati nei letti soffici e caldi. Le gocce d'acqua avrebbero rinverdito i prati, e spruzzato delicatamente i fiori, perché il giorno dopo fossero ancora più belli, in delizia di quel popolo fortunato. La brezza fresca avrebbe mitigato la temperatura, portando aria nuova e profumata di mare; i torrenti si sarebbero riempiti, per dissetare ancora gli animali sempre mansueti, affettuosi con gli uomini da cui nulla avevano da temere. Il reame dei Colli Fioriti invitava con la dolcezza del suo clima ad una felicità gioiosa e spensierata, ma l'animo malvagio dell'uccello non comprese nulla di tutto questo. Attese che l'aria fosse nera come il suo piumaggio, poi rapido s'alzò in volo, dirigendosi verso il punto in cui il sole era tramontato. Lasciò i magnifici giardini, la foresta sussurrante, i rovi arrampicati su scabre colline sassose, ed infine sorvolò una regione nella quale nessun uomo avrebbe mai osato addentrarsi. Il suolo piatto era duro ed immoto, pietra vulcanica solidificatasi da migliaia di anni, percorsa da striature profonde simili a cicatrici, e costellata di crateri grandi e piccoli, priva di qualunque tipo di vegetazione, tanto che non poteva sopravvivervi alcun animale. Nera, priva di luminosità, eppure perfettamente visibile, perché più cupa ancora del cielo notturno carico di nuvole che non si sarebbero fermate. La plaga si stendeva monotona ed uniforme, tanto da parere infinita, ma quasi d'improvviso si ersero all'orizzonte le montagne, con pareti ripide e scoscese. La prima tormentata vegetazione cominciò a mostrarsi: strane piante dalle foglie larghe e dure, irte di spine; tronchi gonfi come zucche, coperti d'una peluria ingannevolmente morbida, ma in realtà permeata di veleno mortale; liane striscianti capaci di soffocare un leone, ed alberi dal fusto diritto, secco e nodoso, dal quale i rami sporgevano perpendicolari, senza traccia di foglie. Il corvo iniziò la sua discesa, puntando dritto contro il versante della montagna, quasi avesse avuto l' intenzione di gettarvisi sopra; poi bruscamente s'abbassò, andando ad appollaiarsi sul ramo spoglio di uno di quegli alberi, più freddi di un palo. Non era solo: altri uccelli neri, di specie diverse, attendevano immobili, e giunsero altri animali, topi, iene, serpenti striscianti, tutti invariabilmente neri. Si fermarono acquattandosi in posizioni raccolte, simili a mostruose figure incappucciate. Un fremito imponderabile percorse l'aria, ed insieme le apparenze spettrali si mossero, mostrando il loro vero aspetto: ritte in piedi, erano indubbiamente appartenenti al genere umano, ma non erano uomini. Venivano chiamate streghe, ed erano donne, o meglio lo erano state, prima che l' orrenda religione da loro professata le avesse trasformate in esseri privi di qualsiasi ritegno o sentimento: quelle capaci d'attraversare le terre più infami dell'Isola, per radunarsi in quel luogo desolato, non avevano più nulla in comune con la razza umana. Silenziosamente si disposero in lunghe file compatte, ed avanzarono senza fretta in direzione della montagna. Nascosta fino all'ultimo dalla vegetazione e dalle sporgenze della roccia, improvvisamente l'immane opera si mostrò loro: il frontone d'un palazzo monumentale, non edificato, ma direttamente scavato nella pietra millenaria, si presentava con le sue colonne appaiate, e le sculture raffiguranti draghi, lupi famelici, serpenti marini, ed altri terrificanti animali, dalle forme mostruose e scomposte, umane ed animali. Le rabbia e la ferocia delle fiere erano state imprigionate nella pietra, con arti spietate che nessuno era mai stato in grado di raccontare: e con le stesse arti avrebbero potuto essere liberate. Le figure ammantate di nero attraversarono il portale scolpito, fiancheggiato da demoni con l'aspetto di lupi giganteschi, eretti sulle zampe posteriori come un essere umano, e con le fauci aperte in un ghigno che nessun animale avrebbe mai mostrato: se qualcuna delle streghe provò un fremito residuo di paura, si guardò bene dal palesarlo alle compagne, e proseguì. Entro la montagna il palazzo continuava, perenne dimostrazione della potenza di coloro che avevano osato concepirlo, e realizzarlo. Sale vastissime dalle pareti scolpite s'alternavano a caverne naturali in cui le formazioni calcaree avevano prodotto colonnati contorti e decorazioni spontanee capaci d ispirare un terrore anche superiore a quello delle forme coscientemente create dalle donne. Nessuna luce filtrava dall'esterno: in un immenso braciere circolare ardeva una crepitante fiamma azzurrina, fredda e livida ; un fuoco venefico, incapace di sprigionare calore. Ciascuna delle figure vestite di nero raccolse una lucerna di pietra, appesantita dal petrolio contenutovi, e l'accese. Il corteo si mosse spettrale di sala in sala, fino ad arrivare in un vasto ambiente circolare, altissimo: sulla volta lontana, un brillio improvviso, e migliaia di punti luminosi, simili a stelle dall'aura livida, mostrarono la loro luce violetta, rivelando che la loro regina era lì. Da un angolo lontano, un fruscio, e uno scoppio violento: due globi brucianti, sempre nello stesso colore viola, s'accesero e danzarono nell'aria, per ridursi a due puntini non più grandi dei quelli sospesi al culmine della caverna: due cerchietti trasparenti come il cristallo, traversati da una sottile fessura. Gli occhi della più potente tra le streghe. Un mormorio diffuso, paura e sorpresa, qualche gridolino: Irwing la Dama Nera, la temibile signora di tutte le streghe, aveva ancora una volta stupito le troppo sovreccitate compagne. Parlò, con la sua voce roca e profonda, carica di conturbante sensualità. - La Grande Sovrana prepara la sua festa: e noi, attraverso di essa, causeremo la sua rovina. - Gli occhi viola s'ingrandirono nuovamente come due globi fosforescenti, ed un guizzo rosso scoccò come un lampo tra loro: la sala fu immediatamente rischiarata da una fiamma potente e calda, divorante, che arse ai piedi della strega, propagandosi sul pavimento di pietra, solo apparentemente disordinata, perché assunse una forma riconoscibile a chiunque: la forma di un drago. - Dovremo servirci degli uomini. - proseguì la Dama Nera. - E delle loro follie. La Principessa dei Colli Fioriti accresce il suo potere di giorno in giorno, un potere da uomini; ma noi impediremo che se ne possa servire. La Discordia, ecco la Dea che può guidarci; ed insieme il sospetto, l'inganno, il rancore: queste saranno le nostre armi, e non potranno fallire. - La strega rise: una risata perfida, che rimbombò nella caverna immensa, penetrando nell'animo delle convenute, ed imprimendosi indelebile. La regina di quelle donne sciagurate tese la mano verso una figura al suo fianco, e questa, esitando appena, avanzò verso di lei. - Vieni, cara. – insinuò melliflua la strega, socchiudendo i begli occhi ombreggiati magnificamente dalle ciglia scure, folte e lucide. -Non avere paura. Sei decisa a compiere la tua vendetta ? - La donna sollevò il volto di scatto, e mostrò due grandi occhi scuri in un viso ancora assai giovane. - Sì, mia signora. - - La bella Regina non ha risposto alle tue aspettative ? - - Aveva giurato di riconoscere il mio diritto. - sibilò la ragazza con voce carica d'odio. - Invece mi ha ingiuriata, e cacciata via ! - - Avrebbe dovuto agire contro il suo amante, mia povera cara, e tu sei stata tanto ingenua da crederlo possibile. Ma ora che sei fra noi, per te si apre un mondo diverso. – La Dama Nera portò le sue candide mani affusolate vicine al volto delle giovane donna, e le abbassò il cappuccio, poi sempre con movenze morbide e vellutate, le gettò indietro le falde del mantello, per osservare la preziosa discepola. Appena un poco più piccola della sua signora, la giovane strega mostrava una perfetta proporzione di forme e lineamenti; il viso ovale era liscio e compatto, dall'incarnato leggermente scuro. Bocca carnosa, occhi allungati, sopracciglia folte che s'univano alla radice del naso piccolo e regolare. Uno sguardo guizzante: la giovane era bella, d'una bellezza provocante e sfacciata, che la regina osservò con aria critica. - La carnagione è troppo scura. - sentenziò - Ed i seni poco sviluppati. La bocca è troppo gonfia, ed i capelli dritti e smorti. Ma a tutto ciò potremo porre rimedio: naturalmente… se vuoi. –
Formulò quest'ultima frase con un sorriso enigmatico, gli occhi ridotti a due fessure; ma la ragazza sorrise in risposta, rivelando un animo non meno votato alla perversione di quello della sua regina; e quest'ultima rise ancora, con uno stridore agghiacciante, che si diffuse sotto le volte imperscrutabili, rincorrendosi di grotta in grotta, riecheggiando in migliaia di tono sconvolti. La strega aveva trovato nella giovane, un'arma davvero potente, e se ne sarebbe servita, prima che la nuova strega potesse diventare per lei una pericolosa rivale. Catturandone l'anima prima che il potere potesse diventare superiore al proprio, Irwing sapeva di poterla piegare ai propri scopi. Esmeralda, Regina dei Colli Fioriti, giudice inflessibile, aveva bandito dalla sua presenza la ragazza dagli occhi scuri non appena l'aveva sorpresa a compiere, nonostante i ripetuti divieti, i macabri riti delle streghe. Aveva così scatenato un odio mortale: l'odio che le avrebbe unite.  Rosella Rapa .
|