 Bastò un poco di pioggia Il vento ululava come impazzito, sbattendo tapparelle, tendoni, e tutto quanto poteva cercare inutilmente di ripararlo. Lei lo sentiva nelle ossa, nei polmoni; e in quella tosse convulsa che non si placava, se non con fortissimi calmanti centellinati come fossero oro. Così doveva essere stata la sofferenza delle sue antenate distrutte dalla tisi. Non aveva mai pensato a questo. N’avrebbe fatto volentieri a meno, ma il vento squassava quel povero corpo già tanto provato, e la Sognatrice credette più d’una volta d’essere arrivata infine al termine ultimo d’ogni sofferenza. In un brevissimo istante di quiete le parve d’udire un’altra voce, un’altra tosse violenta e carica di dolore, giungere da non troppo lontano: chi altri era così malato? Tese l’orecchio. Non proveniva dai piani sottostanti, e sopra non c’era che il tetto … allora … fuori? Lentamente scostò le tendine, poi le aprì del tutto: Il Castello, il suo Vecchio Amico, era avvolto da impalcature e teloni, che il vento strapazzava senza pietà, sollevando la polvere dei secoli passati unita all’inquinante luridume dei giorni presenti. Tornò a letto. Non poteva far nulla: doveva aspettare almeno un poco. Bastò un poco di pioggia.
Non ne serviva molta, era sufficiente che durasse tutta la notte, e durò. Lei scelse l’Ora magica, quell’Ora nota soltanto ai Poeti e ai Sognatori, quando il vecchio giorno è appena terminato, ed il nuovo non inizia ancora. Per tutti è un istante appena; ma per i Sognatori, e i loro Amici, può durare un’eternità. Scese così, con la lunga camicia guarnita di pizzi bianchi, e il mantello col cappuccio, a piedi nudi, volando sopra le pozzanghere che non potevano bagnarla. Il Vecchio Amico si era infine assopito, e Lei dolcemente lo svegliò. - Cosa fai qui? – domandò brusco. – C’è Nebbia, finalmente? Mi hanno chiuso in un sudario di cera, sperando di farmi morire prima del tempo. Maledetti umani. Per abbattermi dovevano causarmi ancora tanto danno e tanta vergogna? – - Ma no, non vogliono ucciderti! – rise la Sognatrice, scordando ogni dolore. – Non hai compreso? Finalmente sono qui! Sono venuti per riportare alla luce le Antiche Pietre, per toglierti la muffa e gli anni di dosso, per riparare a tutti i danni che le generazioni passate ti avevano involontariamente inflitto! – Il Vecchio Maniero non parve molto soddisfatto. - E chi glielo ha chiesto? – brontolò. - Ma come? Noi lo abbiamo chiesto. Noi. Amanti delle Antiche Mura. – - Perché? – - Ma … pensavi che ti lasciassimo a questo triste abbandono, senza far nulla? Ora, almeno, qualcosa accadrà! – - E cosa? – il burbero Castello s’addolcì un poco. - Potranno restituirmi un poco di decoro, forse … ma non certo la gioventù. – - Non è abbastanza? – chiese con un velo di tristezza la Sognatrice. – Credevo t’avrebbe fatto piacere. Non desideri ritrovare almeno un poco della fierezza dei tuoi giorni migliori? Ergerti a baluardo di questa piazza e delle sue antiche cascine, insieme alle belle dimore dei Signori? Hai visto come molte di loro si sono già rinnovate, e sono tornate affascinanti come giovinette? – - Ho visto, sì. Ma io non sono una Dama che cerca di coprire le rughe ed i segni del tempo. Io vado orgoglioso d’ogni mia cicatrice. – - E così sarà. Tu meriti una vecchiaia dignitosa, con abiti adatti al tuo rango, e la Storia che si racconta da sola attraverso le pietre, il legno, i mattoni.- - Allora, spiegami il perché di tutto questo sconquasso. – Protestò il maniero. - Abbattono mura, porte, soffitti, e mi stanno levando la pelle con queste martellate. Non bastava il maledetto Vento dei paesi lontani; ora devo anche sopportare dolori peggiori di un assalto al cannone, e restare avvolto da polvere sporca, e teli sempre più luridi. – - Ci vuole pazienza. – spiegò la Sognatrice. – Un restauro è un’opera lunga e laboriosa. Devono toglierti l’intonaco scadente degli ultimi decenni, ripulire la tua pietra, rifare i mattoni, sostituire i pannelli danneggiati, scoprire quanti danni ti hanno arrecato …. – - Basta, basta, ho capito. E intanto? – - Intanto potrai vedermi ogni volta che vuoi. – La sognatrice ammiccò maliziosa.
- Hanno aperto una finestra che non si vedeva, coperta da assi e malta, ed ora guarda dritto nella mia camera. Ecco, se da lassù, nel lato a Sud, guardi diritto, proprio nella prima casa, c’è una finestra quadrata con le tendine rosa, e dietro un letto dello stesso rosa … - - Ma c’è una donna in quel letto! – Il vecchio ritrasse lo sguardo per non causare disonore. – C’è una donna … malata. – La Sognatrice alzò le spalle. - Sono solo io. E’ vero, sono malata. Mi sono lasciata là, addormentata, in modo che non se ne accorgesse nessuno. E’ molto fastidiosa … la malattia, intendo. La tosse mi scuote come fossi un fuscello in preda ad una tempesta. Ma guarirà. E’ solo questione di tempo. – - Quanto tempo? – - Non lo so. – - Allora, non è cosa da poco come vuoi credere. Non mentirmi amica mia: quanto è grave il tuo male? – - Non lo so. – ripeté la Sognatrice scuotendo il capo. – Forse durerà finchè non cessa il Vento. Senza Pioggia, e Nebbia, io non poso guarire. Sono una figlia dell’Autunno, lo sai. Non posso godere della Primavera; se la mia stagione, e suo fratello Inverno, non hanno fatto bene il loro lavoro. – - Riuscirai almeno a vedermi senza questi paludamenti addosso? – - Non so neppure questo. – la Sognatrice sospirò. – Ci sono altri motivi. Un giorno dovrò partire… tornare alla mia città, la Vecchia Capitale. Credo che non basterà lo stesso per guarirmi. Anche laggiù, Pioggia e Nebbia sono quasi scomparse ormai. E la Neve è poca. – - Tornerai per vedermi? – - Non so. Spero di sì. Il futuro non è nelle mie mani. – Il Vecchio Maniero si accorse d’un tratto che la sua giovane amica tremava per il freddo e la fatica. Preso dai suoi sciocchi rimpianti non l’aveva nemmeno osservata bene: lei veniva, sorridendo, era normale … ma il viso non era affatto roseo, i capelli tutt’altro che lucenti, e le mani diafane, quasi trasparenti. Non era bella come le altre volte, e nemmeno come quando l’ aveva osservata in silenzio negli odiati giorni di sole. Era cerea, grigia, e trascurata.
- Sei certa che guarirai? – - Non saprei. – La sognatrice, anzi il suo spettro, il suo spirito impalpabile, scosse le spalle con noncuranza. – Sono mortale: prima o dopo che differenza fa? – Molta! Avrebbe voluto urlare il Maniero. Molta, certo, ma per chi? Per lui, che non l’avrebbe più rivista? Per gli altri Umani, che non la capivano e la lasciavano morire? Per coloro che dicevano di amarla; ma non erano mai comparsi nei suoi sogni … Molta … o Nessuna? - Cosa mi capiterà? – Chiese sviando i pensieri d’entrambi. - E’ un po’ difficile da dire. Come hai visto, in questo paese ci sono tre umani che operano sulle Antiche Mura. Uno è uno zotico ignorante: non capisce nulla, copre tutto con la sua calce, poi ci riscrive sopra i suoi segnacci, come per urlare il proprio nome. Tranquillizzati, non verrà qua. Poi c’è un onest’uomo. Cura le Antiche Pietre, le rispetta, non oserebbe mai profanarle; ma si lascia guidare troppo da loro: e n’esce un lavoro senza infamia e senza lode, un'altra attesa di tempi migliori. Mi auguro che ti stia lontano. – - E il terzo? - Gli occhi di lei s’illuminarono. - Il Terzo è un Artista! Parla con le Antiche Pietre, le ascolta, le capisce, e suggerisce loro nuove idee, nuovi pensieri, nuovi modi di essere, per non sfigurare in questi Tempi Moderni, ma, al contrario, per essere ammirate. Lui verrà, ne sono sicura. Vorrei incontrarlo, ma so che non sarà possibile. Al mio posto ti parlerà, ti aiuterà, ti mostrerà il Futuro e saprà portarti con sé in un viaggio verso i secoli … ancora altre centinaia di secoli. – - Però tu non ci sarai. – - No. – sorrise la sognatrice. – Il mio viaggio termina qui. Ma Nebbia o non Nebbia, ci rivedremo per un ultimo saluto. – La bella Sognatrice, sorrise, chiuse gli occhi, si avvolse nel mantello … e, rapido come l’Ora che non esiste, il Vecchio la catturò in una Pietra che mai sarebbe stata mossa da lì, una pietra istoriata con lo Stemma dei Signori. Nessuno se n’accorse. Nessuno se ne sarebbe accorto mai. * * *
In una casa con le tendine rosa, e un letto dalle lenzuola rosa, una donna non più giovane si muove quasi accecata, tra un colpo di tosse e l’altro. E’ muta. Non può parlare, perché ogni parola è una sofferenza senza pari. Le costole sembrano spaccarsi, gli occhi si riempiono di lacrime, il respiro le manca. In quella casa, dove ogni oggetto cantava insieme a lei, dove ogni bambola, ogni animaletto aveva la sua voce ed il suo spirito, con sprazzi di gioia quando potevano festeggiare tutti insieme le ricorrenze della piccola bimba; ormai tutti i giocattoli tacciono. I libri sono freddi, senz’anima, senza ricordi. La donna fatica ad ogni passo, ma si muove con occhi vacui tra una stanza e l’altra, portando panni da lavare, poi lavati, poi stirati. Ci sono grossi sacchi con molte carte da buttare, e stracci, e abiti, e giochi senza vita. Ci sono anche molti scatoloni per conservare intatte, avvolti in carta velina, gli oggetti più o meno preziosi di un passato che ricorda quattro o cinque generazioni, e non può essere buttato; ma va conservato. Per cosa lei non lo sa più. Poco per volta l’Ordine s’impone; i Vecchi Libri sono inscatolati, i diari accatastati, insieme con le poesie, i racconti, i romanzi, i disegni, le fotografie… e tutti i suoi studi fantastici. Naturalmente, Lei non ha dimenticato del tutto. Sa che questo non è tempo per i Sogni, né per le poesie. I giorni sono cupi, pur se il vento spazza il cielo rendendolo azzurro. E’ una falsità, come le altre da cui siamo costantemente avvolti. Ora la Nebbia della Vita, e le Nuvole Nere del Pericolo, ogni giorno minacciano la Catastrofe Incombente su un mondo che di reale ha solo la fame, e la violenza. E’ già accaduto in passato. Poi ritornò il tempo della Pace, e dei Sogni. Anche per noi, forse, un giorno, quel tempo ritornerà. Forse. Rosella Rapa |