Infinite Sfumature di Grigio - Capitolo 19

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2010-01-21

 
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La Pianura
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Seguii, naturalmente, il consiglio dell’autista.
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Ormai erano molti i bus, anzi, i tram, com’erano definiti, per il loro movimento su rotaie dotate d’energia elettrica. I miei abiti, con cappellino e borsetta neri, erano sufficienti a farmi salire e ad avere il posto privilegiato accanto al conducente, cui chiedevo di lasciarmi all’ultima fermata nel quartiere A. Scoprii molti altri negozi: abbigliamento, bigiotteria, cibi, sigarette. Osservavo, ed acquistavo qualcosa: i miei abiti, prima ancora delle mie tessere, mi assicuravano ovunque un trattamento di favore assoluto.
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Il desiderio di scendere nei quartieri B era forte, fortissimo; ma non osavo arrivare a tanto: mi limitai ad osservarli, al di là di viali enormi, un tempo alberati, asfaltati, e congestionati dal traffico. Non notai molte differenze, ma vidi chiaramente che il colore delle persiane, delle imposte, dei cancelli, era grigio. Grigio antracite, molto scuro; tuttavia non era nero puro, come nel quartiere A. Quei luoghi di confine avevano un’aria dimessa, stanca, assai diversa dalla solidità e dalla sicurezza che permeavano il mio quartiere: un isola privilegiata in una zona A.
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C’era un luogo, tuttavia, che avevo sempre evitato: la bellissima passeggiata tra le rocce, che permetteva di vedere la pianura sottostante, attraverso il digradare delle colline. Iniziava poco dopo l’ospedale, ormai sostituito da un’alta, altissima struttura destinata ad ospitare nuovi membri degni di particolare considerazione. La visuale verso i pianori sarebbe stata per sempre impedita, perciò mi accinsi a percorrere un sentiero sterrato, misero resto dell’antica strada ombreggiata, digradante giù per le colline perennemente in fiore, con spazi panoramici, dotati di periscopio, per poter ammirare i campi agricoli e le fattorie.
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Mi avviai con circospezione, in un pomeriggio uguale a tanti altri. La strada non esisteva più, ma era rimasta una parvenza di sentiero, lungo la quale m’inoltrai, tra sterpi secchi ed arbusti spinosi, quasi completamente privi di vita. Mi addentrai, e, giunta alla radura dalla quale sapevo si poteva ammirare non solo la pianura; ma anche le colline che la racchiudevano, e le montagne coperte da vette imbiancate, mi fermai.
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Fu la giusta decisione.
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Non vidi né pianure, né colline, né montagne. Solo una nebbia multiforme, tra cui rotoli scuri si addensavano, pronti a farsi sospingere dal vento, con altri sbuffi di nebbia più chiara che formava strane figure, simili a spettri capaci solo di protendere le loro braccia malvagie.
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La fertile pianura, con i suoi campi di grano, le belle fattorie, le stalle per le mucche da latte, i pascoli per i cavalli, non esisteva più. Al suo posto una nebbia grigia, mefitica, andava divorando ogni cosa, comprese le pendici delle colline, dove alberi rinsecchiti, corrosi lentamente, rotolavano insieme a fiori e zolle di terra fertile, in quel nulla inconsulto.
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Rimasi lì, ferma, come in attesa.
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Ed i pensieri, il ragionamento, il buon senso, arrivarono.
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Nonostante le precauzioni prese, la Guerra non era mai stata combattuta con armi da fuoco, né con armi chimiche letali per gli esseri umani, e nemmeno con armi atomiche.  Per rispettare tutti gli innumerevoli trattati, si era ricorso ad una strategia sepolta nel libri di storia, che nessuno aveva pensato di vietare: affamare il nemico, distruggendone i raccolti.
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Inizialmente erano state prese di mira le Grandi Pianure, molto lontane dal mio paese, provando prima col fuoco tradizionale, poi, visti gli scarsi risultati, con diserbanti potentissimi e geneticamente efficaci. Il nemico era stato ridotto alla fame; ed aveva reagito nel medesimo modo. Ma distruggere con armi sempre più potenti la vegetazione terrestre aveva avuto i suoi impatti sul mondo animale: i primi a cadere erano stati gli uccelli, usi a cibarsi di granaglie e piccoli insetti, avvelenati. Poi era toccano ai carnivori, e agli animali domestici: cani, gatti, conigli; persino i pesci degli acquari erano stati sacrificati per potersi nutrire. Il fatto che procurassero la morte in breve tempo era trascurabile, durante una guerra. Sparirono pettirossi, tortore, criceti, ed infine i ratti: più resistenti degli altri furono richiamati da un suono irresistibile, dal pifferaio di Hamelin, quindi uccisi e bruciati. O, forse, dati in pasto agli indigenti.
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Nel mio nuovo mondo non esistevano più insetti, né predatori: zanzare, serpi, scarafaggi, rane, dorifore, erano solo un ricordo di vecchi libri. Non esistevano nemmeno virus o batteri, debellati dalle campagne anti malattie.
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Così doveva essere stato ovunque. Ma ora, come potevamo sopravvivere? La risposta era apparentemente semplice: la mia città, come molte altre, si trovava in una valle montana, molto al di sopra dei veleni usati per corrompere la Terra ed i suoi vitali prodotti. Ma cosa sarebbe accaduto al resto del modo? La guerra non era terminata con un trattato di pace, o con un armistizio. Semplicemente, distrutti dalla fame, migliaia e migliaia di profughi, insieme ai pochi soldati rimasti, risalivano le impervie strade tra le colline, per raggiungere città protette tra le montagne come la mia: e, qui giunti, sarebbero stati trattati come dei senzatetto, privati dei loro figli, confinati in quartieri dalle sigle che nessuno osava menzionare.
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Questa era la pace che avevamo raggiunto.
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  … continua ….
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Rosella Rapa

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Letteratura - Racconti
Scritto da Rosella