Il Castello Maledetto - 1 Puntata

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2010-05-22

 

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Il Castello Maledetto  
Prima Puntata
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La locanda era cupa, avvolta in un fumo maleodorante di sterco bruciato e sego fuso; ma il cibo era gustoso, ed il vino forte e frizzante: forse per questo era così affollata.
I due stranieri seduti in disparte, non badavano affatto agli altri avventori, trovando più proficuo discutere dei propri affari a mezza voce. Quello appoggiato alla parete, un uomo scuro, con abiti che un tempo potevano essere stati eleganti, ma ora erano rovinati dalla polvere e dall'uso, stirò le lunghe gambe sotto la tavola, sbadigliò pigramente, e portò le braccia ad incrociarsi dietro la nuca, sollevando i folti capelli neri, che s'arruffavano in ciocche scomposte.
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- Non merita la fatica di vederlo. - avvertì con fare annoiato. - Ma c'è un brutto ceffo che ti sta guardando da un pezzo, e, per tua fortuna, ha un occhio solo. –
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- Dov’è l'altro ? –
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Domandò l'interpellato, le cui chiome bionde mandavano bagliori dorati, nella luce incerta delle fiaccole. La barba incolta non riusciva ad allungarsi, coprendo appena le guance, e gli occhi blu erano troppo particolari per passare inosservati.
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-  L'altro occhio? Sparito chissà dove. Sotto alla benda che tenta invano di coprirlo, quel curioso gentiluomo ha un grosso buco. –
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Rispose il suo compagno, tirando appena le sopracciglia, scure e sottili, perfettamente disegnate. Non mosse un solo muscolo nell'udire l'imprecazione soffocata che seguì le sue parole.
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- Lo leviamo di mezzo ? –

Suggerì traendo di tasca un mazzo di carte, cominciando lentamente a mischiarle, portando lo sguardo tutt'intorno alla sala. Mezzo eccellente per scrutare a fondo ogni presente, fingendo di cercare il giusto compagno per un gioco interessante.


- L'amico non è solo. – 
Concluse poi ritornando al suo boccale con uno sguardo deluso. 


- Certamente no. -
confermò il Signore della Notte, i begli abiti scuriti dalle nebbie dell'Ovest ed appannati dall'uso.  - Metti via quella roba, vuoi tirarci addosso altri guai? –

-  Solo un poco di allenamento. - ribatté il duca Ferdinando, tranquillo e compassato come se fosse stato nel suo avito castello, circondato da dame e signori. - Questa sera non si avvicinerà nessuno. –

-  Paga l'oste, e digli che ce ne andiamo. Così avranno il tempo d'infilarsi nella stalla. –

Con la debita arguzia noncurante, Ferdinando fece quanto gli era stato indicato, e, senza indugi, i due s'avviarono verso il locale fatiscente ove s'ammassavano cavalli, vacche, maiali e galline; tutti tranquilli, troppo tranquilli.

Il primo sicario cadde all'indietro, colpito nel mezzo della fronte da un sasso, o da un chiodo, scagliato con la velocità del fulmine. Il secondo si ritrovò con un pugnale in mezzo al petto, e barcollò appena, ma Ferdinando lo abbatté con un colpo di piatto sulla nuca, facendolo crollare in avanti. Il rumore delle ossa che si spezzarono, quando tutto il peso del corpo cadde sul pugnale infilato a metà, si perse nel cozzare delle spade ormai libere. Il duca valutò il suo avversario senza curarsi minimamente di chi poteva avere alle spalle, e la punta micidiale della sua spada s'infilò tra le costole del sicario. Ci volle un poco per ritrarla; ma la retroguardia, formata dai due guerrieri più esperti, si era preparata per affrontare un uomo in difficoltà, e non il Signore della Notte completamente libero. Uno non riuscì neppure a muoversi, colpito al cuore dal temutissimo ed implacabile pugnale nero; l'altro fu inchiodato alla parete con la gola trapassata dalla spada. Il signor duca si guardò intorno.
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-  Nessun altro? - Chiese con noncuranza, osservando i corpi stesi, degnando di particolare attenzione il cadavere con gli occhi sbarrati ed una sottilissima fessura nella giubba, senza una stilla di sangue. - Impareggiabile. - commentò. - Io invece mi sporcherò tutti i guanti, se nessuno di questi gentiluomini ha un coltello migliore del mio.–

Un guizzo di luce nera accompagnò tra le sue mani una lama troppo pregiata per restare nel petto di un assassino fallito: l'avevano sottratta ad un barone e valeva bene il rischio corso allora.


-   Molto obbligato. – Ringraziò Ferdinando, inchinandosi al compagno, raggiungendolo per osservare più da vicino il primo caduto, il guercio che aveva attirato la loro attenzione all'interno della locanda. Aveva sulla fronte una chiazza rossa, che presto sarebbe diventata livida e gonfia: era ancora vivo. - Dov'è la mia piccola amica? – Chiese ancora il duca sbirciando nei pressi, poi si chinò a raccogliere con cura un piccolo oggetto lucente: due monete d'argento, saldate su un sottile ed affilato disco di piombo; un'arma inconsueta quanto efficace, ricordo perenne di giovanili monellerie.
-  Cara amica mia, deliziosa e fedele compagna, qualcosa mi dice che mai ci separeremo, e che sei degna di tutto il mio affetto, come la più mirabile ed affettuosa delle amanti ! –

Poco incline alla poesia ed alle burle, con un cipiglio che le nebbie dell'Ovest rendevano di giorno in giorno più cupo, il Signore della Notte prese per il collo della giubba l'uomo svenuto, e lo trascinò entro la taverna. La sala, poco prima affollatissima e rumorosa, era deserta: anche l'oste ed i servi erano spariti nel nulla.

 -  Sveglialo. –

Ordinò Genserico al compagno, gettando l'uomo svenuto su un tavolo abbastanza grande da contenerlo. Ferdinando gli rovesciò addosso una brocca d’acqua; poi, non vedendo segni di risveglio, prese una caraffa colma di vino rosso e, dopo averlo assaggiato, cominciò lentamente a versarlo sulla fronte arrossata e sull'unico occhio del furfante colpito, attendendo che il bruciare del nettare inebriante si facesse sentire oltre il sonno innaturale. L'uomo si risvegliò con un sussulto, ed il vino gli colò sulla bocca, costringendolo a tossire con un rantolo che il gomito del Signore della Notte gli ricacciò in gola.

-  Parla, e potrai continuare la tua miserabile esistenza. - Gli intimò il sovrano delle streghe. - Perché ti ha mandato ? –

L'uomo cercò di gridare, ma non riuscì ad emettere alcun suono. Tra le righe scavate nel volto reso scuro dagli anni e dalla sporcizia l'unico occhio arrossato si fece vacuo per il terrore, ma egli non parlò.
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La punta del coltello stregato si fece vicina alle sue vene, s'infilò sulla pelle, e senza trarre una sola stilla di sangue gli infisse nelle carni un dolore acuto e bruciante che lo fece lacrimare come un fanciullo; ma ancora le sue labbra e la sua mente rimasero serrate.
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Continua…
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Rosella Rapa
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Tratto da “Draghi & Computer
Per gentile concessione di Excogita Editrice, Milano

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Letteratura - Racconti
Scritto da Fata Rosella