Molto raramente ho accondisceso a formulare analisi critico-poetiche su raccolte di liriche, per il semplicissimo motivo che la sintesi che avrei dovuto esprimere sulle medesime non potesse essere gradita dall’autore. Non conosco l’autrice dei componimenti, pochi in verità, che l’amico fraterno Saro Marzo mi ha, con la sua solita parsimoniosa espressione, sottoposti. La signora Rosa Di Giovanni non mi è nota neppure fisicamente, anche se ben so che talvolta le apparenze fisiche inducono in errore madornali dai quali poi è difficile porre rimedio. Tuttavia m’è parso facile seguire il tracciato poetico della Di Giovanni, che si muove e si articola entro limiti ben definiti su memorie, ricordi, immagini, dediche, desideri, tutti quanti rivolti verso il sentimento amoroso vissuto: "... L’amore è guardare insieme il cielo e condividere emozioni mai provate prima" l’autrice non è, per me, nuova all’esperienza d’amore. Un solo verso volge alla connotazione di una ben distinta ed umana personalità, vie più coinvolta dalle definizioni liriche che la poesia "L’Amore" contiene. E mi induce alla riflessione un altro verso: "...L’amore non corrisposto è sabbia che sfugge tra le dita...". Codesta è l’espressione di una carnalità rimasta ingoduta, come l’autrice avrebbe voluto o, quantomeno desiderato. L’Amaro sapore di una perdita o d’un abbandono immeritato da parte dell’uomo amato si conclude con l’accettazione di una delusione atroce e cocente, seppure scontata nel penultimo verso dello stesso componimento che è pregno del coraggio con cui la esistenza ci promuove e ci eleva: "... non ci resta altro che sognare...". Codesti versi risulteranno chiari a chicchessia! L’autrice vive e si autofeconda con la sensibilità dei versi felici, organici, funzionali, con una scrittura personale, senza troppi voli pindarici, ma con la conoscenza concreta, patita e vissuta, che non si esprime in "ismi" o "altisonanze da inutili iperboli". "Ricordi" è fra quelle che mi è piaciuta di più. Non è questione di suggestione personale, ma mi ha coinvolto molto. C’è l’insidia del dire, tra il sorriso e il pianto, senza sapere scegliere tra la commedia e il dramma esistenziale: "... ma non smettere mai di ricordare, /perché i ricordi uniscono ciò che la vita separa...". Altri due versi alla fine dello stesso componimento sono la dimostrazione vera ed efficace che inducono a motivi di ineludibili perplessità chiunque vi affonda la comprensione di un’amorosa ed attenta lettura: "... Se un giorno mi vedrai sorridere/non pensare che io sia felice,/sto solo recitando una piccola parte/di quella grande commedia che si chiama: VITA!" Il motivo della solitudine si confonde con la tetragonia d’una esistenza grama ed infelice, e allora, il grido è forte, è alto, è il tangibile sfogo dell’anima che irrompe in singulti di pianto, i quali non rigano né volto, né foglio, "...Mi manchi tantissimo,/mio dolcissimo sogno...!" e poi, l’amarezza del verso doloroso, espresso quasi tra un mormorio tra sé: "... Amara è la vita senza te,/il nostro è stato un breve incontro/che vivrà oltre la realtà". Ho personalmente corso il rischio di un coinvolgimento totale determinatomi dall’approfondimento di tutti i componimenti del libello di Rosa Di Giovanni ma, a mio criterio, era quello che valeva la pena di correre insieme con l’autrice, la quale ha concepito la sua poesia in un modo direttamente collegato con la propria esistenza. Ho volutamente citato alcuni versi delle poesie che di più mi hanno rivelato la condizione che di sé narra la poetessa, ribadendo uguali motivi lirici. Il canto, comunque, seppure di natura affatto convenzionale, è tuttavia simile ad un onda sonora e non è privo di quell’armonia che solo la semplicità dell’espressione riesce a trasmettere. Esempi? Eccone alcuni: "Grazie", "Piccola farfalla", ed infine "Vorrei", tutte liriche delle quali serberò un bel ricordo e tant’altra esperienza. . . Prof. Salvo Maggiore (Vittoria) |