 L’arrivo di Alba gettò Livia nello sconforto. Seppur contenta di rivedere una figlia che riusciva a incontrare a malapena una volta l’anno durante le festività natalizie, in quel frangente Livia si aspettava l’arrivo di Simone, non certo quello inopportuno di Alba. Contava molto sulla presenza dell’amico per rassicurare Alain, sperava che Simone potesse spiegargli nel migliore dei modi, grazie anche al suo ottimo francese, in cosa consisteva la cura e quale decorso avrebbe avuto la malattia sia nel caso di risposta positiva ai farmaci, sia in caso di risposta negativa. Quest’ultima eventualità avrebbe significato dover ricorrere a una nuova terapia con nuovo dispendio di energie e speranze. Livia sapeva molte cose sul virus HIV, ma Simone conosceva la malattia meglio di chiunque altro. Debellarla era la sua missione, una missione che forse non avrebbe mai compiuto, ma per cui combatteva da sempre. - Mamma, mi dai una mano con le valigie o no? Livia si riscosse e tornò alla realtà. Alba se ne stava ancora in piedi con le quattro valigie e i giornali sotto il braccio, sbattendo le ciglia tra le goccioline di sudore, quasi fosse una scultura contemporanea a simbolo della donna “in carriera” del futuro.- Scusa, tesoro. – Livia le tolse una valigia e le indicò il salone. – Vieni di là, sistemiamo tutto dopo. Devi assolutamente dirmi cosa ti ha detto Simone. Sicura che ti ha dato tutto? Ti ha spiegato…- Mamma! – Alba stava arrancando in soggiorno con il resto dei bagagli, arrivò al divano e vi buttò tutto sopra alla rinfusa.Livia la osservò mentre si ricomponeva il tailleur blu e si scioglieva la coda di cavallo in cui aveva raccolto i suoi fluenti capelli biondo-cenere. Era sempre la più bella di tutte, disse a se stessa, subito pentendosene. Non le piaceva fare paragoni tra le sue bambine – ancora le chiamava così, non poteva farne a meno – e ogni volta ci ricascava. Non sapeva bene il motivo, forse perché Alba era stata l’ultima delle sue figlie a lasciare la loro casa per affrontare la vita, forse perché aveva sempre dimostrato una dolcezza e una sensibilità d’animo che Flora e Gaia, le più grandi, non avevano se non in parte. Ricordò con una stretta al cuore il giorno che si era presentata a casa con un cucciolo in braccio. All’epoca aveva solo 10 anni ed era a giocare fuori in giardino con le sorelle. A un certo punto aveva suonato il campanello e quando Livia aveva aperto si era ritrovata davanti questa ragazzina con un cucciolo di alano arlecchino in braccio che la nascondeva quasi interamente alla sua vista.- Mamma, possiamo tenerlo? – Aveva chiesto innocentemente. – Si è perso. Ha perso la sua mamma. Posso essere io la sua mamma?La dolcezza di Alba poteva essere disarmante. Ovviamente non era possibile tenere il cane, ma la fortuna aveva voluto che un vicino sbucasse dal nulla, sollevato di ritrovare il suo cucciolo, scappato dal giardino in un momento di distrazione e sollevando a sua volta Livia dall’onere di dover dire “no” alla sua bambina.La carezza di quel ricordo si affievolì e agli occhi di quella bimba si sovrapposero quelli iridescenti della donna che era diventata.- Mamma, va tutto bene? – Alba sembrava preoccupata. Livia fece per rispondere, quando il cellulare squillò nelle sue tasche. Non era un’amante della tecnologia e i telefonini non le piacevano, trovava che togliessero intimità alle persone e le rendessero più sorde e stupide di quel che la natura aveva predisposto, tuttavia col tempo aveva dovuto ammettere quanto fossero utili e, a volte, provvidenziali. Afferrò il telefono e diede uno sguardo al display: era Padre Giacomo.- Pronto?- Livia! – La voce del sacerdote la allarmò all’istante. – Livia, devi venire in chiesa, presto!- Padre… che succede? – Improvvisamente pensò ad Alain. – Alain sta bene?- Livia, il nostro Alain ha avuto una crisi… un’ambulanza l’ha appena portato via, lo stanno portando in ospedale! Daniele Picciuti
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By: Daniele Picciuti () on 07-04-2009 16:02